Men in Black: International

Il franchise si tinge di rosa, si uniforma agli standard del politicamente corretto, e punta tutto sull’ironia che sfocia nell’eccesso. Manca la grinta dei tempi d'oro, e tante altre cose

22 Luglio 2019
2/5
Men in Black: International
Chris Hemsworth (H) with Em (Tessa Thompson) in Marrakech in Columbia Pictures' MEN IN BLACK: INTERNATIONAL.

Agenti segreti al servizio di un equilibrio intergalattico, dal 1997 a oggi. All’epoca erano Will Smith e Tommy Lee Jones a fare la parte del leone. Erano 007 che agivano nell’ombra, di cui anche i governi ignoravano l’esistenza. L’Area 51 a confronto è una favoletta. Gli alieni erano e sono tra noi, si mimetizzano, fanno finta di essere umani. Hanno i nostri stessi vizi, e non disprezzano i terrestri. In questo nuovo Men in Black: International una “polipessa” lascia morire il suo compare pur di poter passare una notte di fuoco col nostro aitante paladino. Non si può darle torto: l’eroe di turno arriva direttamente dalla Marvel ed è Chris Hemsworth, con al suo fianco Tessa Thompson.

Si ricrea la coppia di Thor: Ragnarok. Lui è il “re” dell’ufficio, il più affascinante della città, mentre lei è la stagista, la novellina in prova, con una mente geniale. In un certo senso è ancora la guardiana del regno di Avengers: Endgame, con un pizzico della Detroit di Sorry to Bother You e il carisma della fiamma di Adonis Creed nel dittico Creed e Creed II.

Men in Black si tinge di rosa, si uniforma agli standard del politicamente corretto, e punta tutto sull’ironia che sfocia nell’eccesso. Le donne rubano la scena agli uomini, dettano le regole, e si dimostrano ancora più toste dei loro colleghi più blasonati. Ma l’atmosfera scanzonata del primo film qui si perde, in un buddy movie a cui manca la grinta dei tempi d’oro.

Lo spirito è International, il viaggio intorno al modo è garantito, e per un attimo possono brillare anche gli occhi quando si apre un portale in cima alla Torre Eiffel. Ma forse il vero problema di questo Men in Black è la mancanza di una scena madre, di un cardine che possa far girare l’intera avventura nel verso giusto (nel caso del terzo capitolo poteva essere l’incursione nella Factory di Andy Warhol o il lancio dell’Apollo 11 a Cape Canaveral).

È come se i supereroi ormai si fossero impossessati anche dei Men in Black, mettendo a tacere il talento del regista F. Gary Gray: fenomenale in Straight Outta Compton e pirotecnico in Fast and Furious 8, senza dimenticare le follie di Giustizia privata. E gli echi di Fast and Furious qui si sentono ancora in un inseguimento in moto che si conclude nel deserto.

Di che cosa parla Men in Black: International? Di una bambina che fin da piccola viene a contatto con i mitici extraterrestri. Decide di consacrare la sua vita alla comprensione dei segreti dell’universo. Studia giorno e notte, cerca i Men in Black in ogni angolo del pianeta. Alla fine riesce a farsi assumere per un periodo di prova, e conosce i pezzi da novanta dell’agenzia: il severo direttore interpretato da Liam Neeson e il blasonato Agente H, uno sbruffone dal cuore tenero. Dovranno unire le forze per evitare l’apocalisse, e il resto è prevedibile. La scelta è se decidere di stare al gioco o scegliere di dimenticare tutto, come se i Men in Black vi avessero cancellato la memoria.

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