Memorie di un assassino

Caccia al serial killer nella provincia rurale sudcoreana. Da un fatto di cronaca nera: la detective story, grottesca e pessimista, che nel 2003 consacrò Bong Joon-ho

6 Febbraio 2020
3,5/5
Memorie di un assassino

Sull’onda dell’incredibile successo di Parasite, Academy Two recupera un Bong Joon-ho d’annata. Tra i più acclamati film sudcoreani del nuovo millennio, Memorie di un assassino, datato 2003, arriva per la prima volta nelle sale italiane dopo la distribuzione in home video del 2007.

Operazione curiosa, scaltra quanto temeraria. Nei giorni caldi degli Oscar, la riedizione vorrebbe intercettare quel nuovo pubblico rimasto colpito dall’estro del regista ormai consacrato anche fuori dalla cinefilia. Certo, con la travolgente satira sulla lotta di classe le affinità in superficie sembrano minime, e forse gli spettatori più pigri resteranno un po’ spiazzati.

Tuttavia, prestando più attenzione, emerge dirompente una delle cifre caratteristiche del regista: la straordinaria capacità di far collimare grottesco e tragedia. Elemento deflagrante che qui immerge in un’atmosfera cupa e disincantata, paradigma di un disagio nazionale.

Partendo da un fattaccio di cronaca nera (una serie di delitti avvenuta nella provincia di Gyeonggi tra il 1986 e il 1991) rielaborato nel testo teatrale Come and See Me di Kim Kwang-rim, Bong non si nasconde dietro le allusioni e si colloca esplicitamente nello stesso periodo degli eventi criminali. Mette al centro poliziotti inadeguati e dai modi fin troppo spicci, impegnati in un’indagine che procede secondo le regole dell’istinto e le leggi della strada.

Morbosità e perversione, pioggia e guerriglia, mazze chiodate e pezzi di pesca fuori posto. Mentre l’assassino inafferrabile miete vittime, la polizia reprime la protesta studentesca con una violenza che è sintomo di frustrazione e inettitudine.

Come in tutti i noir, è l’ossessione a definire i confini della detective story. Nel rievocare la cronaca, Bong non si piega alla riproposizione in chiave spettacolare. E nemmeno si accomoda nella confort zone del thriller ad alta tensione.

Se da una parte sceglie un approccio in cui il registro farsesco serve a sottolineare l’ordinaria miseria dell’umanità, dall’altra usa il racconto locale per interpretare e amplificare un dramma di un Paese infetto. “Gli eventi reali di questa città mi intrigano più delle riviste”, dice uno degli indagati.

In Memorie di un assassino percepiamo la psicosi collettiva del serial killer e al contempo i limiti dei difensori dell’ordine, la ricerca di capri espiatori per consegnare un colpevole alla massa affamata e la disperata consapevolezza di quanto la verità sia inafferrabile. Dove non arriva la razionalità, sopraggiunge la folgorazione.

Nel vortice di un pessimismo senza appello, si fissano gli occhi dei sospetti per coglierne l’eventuale sincerità. Come fa il beffardo e lucido detective interpretato dal grande Song Kang-ho, antieroe destinato a convivere con la perenne impossibilità di scoprire la verità.

Tutti gli sguardi hanno delle barriere insormontabili. E non tutte le gallerie prevedono un’uscita per rivedere la luce. Mentre il tempo passa, i morti sopravvivono nel ricordo di chi non si dà pace. La chiusura en plein air (un sole mai visto fino a quel momento), nel presente meno tenebroso del 2003, è una coltellata che non lascia tracce di sangue.

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