Mektoub, My Love: Canto uno

Il ritorno di Kechiche: volti, corpi, gesti e emozioni per un altro, incredibile film-vita travolgente e irripetibile. Capolavoro

22 maggio 2018
5/5
Mektoub, My Love: Canto uno
Mektoub, My Love: Canto uno

“Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza”.

E’ davvero sorprendente, magico, trovarsi ogni volta davanti a (dentro) un film di Abdel Kechiche. Equivale a testimoniare il passaggio della vita nell’atto stesso del suo compimento. L’attimo di esistenza che fagocita il tutto, quel misto di carnalità e emozione che nessun altro cineasta al mondo riesce a (ri)produrre sul grande schermo.

“Questo è un film anarchico, nel senso più nobile del termine, inteso cioè a rompere le catene della gerarchia”.

Ed è proprio così: rompendo le catene di un linguaggio, di una grammatica filmica accomodata su gradini di scale di pensiero assuefatte a certi dettami, Mektoub, My Love: Canto uno (in concorso a Venezia 74, con il Canto Due attualmente in post-produzione…) conferma ancora una volta – anche dopo lo straordinario La vita di Adele – le possibilità di un cinema/vita viscerale e autentico, ma spogliato di qualsiasi tipo di riflessione aprioristica in termini di artificio o calcolo.

Siamo chiamati, dunque, a vivere in simbiosi con il racconto, che sembra compiersi nel momento stesso in cui Kechiche lo filma. E allora torniamo al 1994, all’estate in cui il giovane Amin (Shaïn Boumedine), aspirante sceneggiatore di stanza a Parigi, torna per le vacanze nella sua città natale, a Sète, nel sud della Francia. Ritrova la famiglia, il cugino Tony (Salim Kechiouche) e la sua migliore amica, Ophélie (Ophélie Bau), e trascorre le giornate tra la spiaggia – dove conosce nuove ragazze in villeggiatura – e il ristorante di specialità tunisine dei suoi genitori, i bar del quartiere e le discoteche.

E’ l’incontro tra il fato (mektoub) e l’amore, l’esplosione della giovinezza nel suo momento più spensierato e vitale, la gioia di corpi e volti inseguiti e contemplati, sudati per un amplesso o per danze sfrenate, bagnati dal mare dopo giochi in acqua con il tramonto che si staglia all’orizzonte.

Il regista Abdellatif Kechiche

Kechiche, che prende spunto dal romanzo La Blessure la vraie di François Bégaudeau (autore già portato sullo schermo da Cantet con La classe), non stacca mai lo sguardo dal corpo/anima che è al centro di tutto, ci fa dimenticare che anche lui è lì, si prende (come sempre) tutto il tempo che vuole (il film dura tre ore, poteva durare anche un mese) e dilata le coordinate temporali dell’occhio-cinema perché sa che solo così, solo in questo modo, il nostro assistere si può trasformare in un coesistere unico e irripetibile, aggiornando quel mistero travolgente che anima ogni suo lavoro, figlio di un naturalismo che tende sempre più a sbarazzarsi del suffisso per farsi natura.

Natura viva, imperfetta e in movimento, popolata da giovani dionisiaci pronti a buttarsi tra le braccia di ciascuno (oltre a Tony, la Céline interpretata da Lou Luttiau) e da ragazze/i che invece si lasciano soggiogare dall’amore (inteso nella sua accezione meno carnale) e dalla bellezza che li circonda.

Amin, allora, non può non essere il giovane Kechiche, che prova a immortalare – attraverso la scrittura e le fotografie – tutto quello che gli sta passando sotto gli  occhi. Per regalarci (poi, un domani, oggi) questo straordinario inno alla vita che illumina di nostalgia le meraviglie della giovinezza.
Un capolavoro.

 

 

 

 

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Sabino Frare
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Sabino Frare

Visto sto film. Tre ore di solo discorsi vuoti, tutte le immagini sono non sensuali ma fatte da un maniaco che osserva solo sederi che si agitano ma non per qualche minuto ma per decine di minuti. Una noia pazzesca. L’erotismo non sa neppure cosa sia e che tempi abbia. Alcuni spettatori se ne sono andati prima della fine, io ho resistito ma quasi me ne sono pentito. Alla fine applausino per creanza penso, molto timido e parziale. tanto per dire in discoteca si è soffermato una decina di minuti nel nulla solo ragazze che si dimenavano senza fine e… Leggi il resto »

Lucio Angelini
Ospite
Lucio Angelini

Propongo il film come pena alternativa al carcere. Tre ore di chiacchiericci insulsi, musica spaccatimpani, continue presentazioni di amici in spiaggia. Solo l’invito “Bevi qualcosa?” viene reiterato fino a occupare una mezz’ora buona del film. Nessun film mi ha mai spaccato i coglioni come questo.

gigi
Ospite
gigi

grazie…..CAMBIO SUBITO PROGRAMMA PER STASERA

Guido Zennaro
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Guido Zennaro

Film da vedere ma molto lontano dall’essere un capolavoro.. non porta nessuna genialità. Il marchio del regista è quello che abbiamo già inparato a conoscere. Non aggiunge nulla.

Domitilla
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Domitilla

Un film che doveva essere un corto, forse.
3 ore in cui non succede assolutamente nulla, con la presunzione che siccome i protagonisti sono belli e bravi ciò sia sufficiente a reggere 3 ore di film???? Una noia sinistra!!!
E basta con questi finti intellettuali che devono per forza dire che è un capolavoro, più è inutilmente lungo, più non succede nulla, più lo trovano geniale! Ma per favore!!!

huncke
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huncke

Scusate ma chi ha scritto la recensione e ha dato le stelle ha visto il film ? Un irritante dejavu che potrebbe avere solo di interessante l’integrazione e la spensieratezza del milieu familiare franco-tunisino agito nelle tre ore di film. Il resto è noia quando si fa molto dialogato (ma non ha la leggerezza e la speculazione di woody allen), nelle serate in discoteca, nella movida da un bar all’altro, nella ripetizioni dei caratteri nelle scene, fino al culmine dell’agghiacciante parto della pecora: non per la scena in sè quanto per l’idea suggellata da un’ambientazione sonora aulica, come se l’autore… Leggi il resto »

Riccardo
Ospite
Riccardo

Potete leggere sopra/sotto alcuni commenti scritti da emuli intellettivi del cugino del protagonista del film, lasciati per ben 2hr e 50 senza sc…re e quindi in assoluto delirio.
Capolavoro del quale, se avrete la pazienza di immergervi in esso come spettatori, vi ritroverete come protagonisti stessi (purché abbiate avuto una giovinezza normale, si intende).
Un cinema che realizza il 3d delle emozioni visive.

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