“Me l’hanno chiesto loro”.

“Loro chi?”

“Loro. Quelli che contano”.

Il “talent scout” Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) ha un unico obiettivo: conoscere Lui. Per farlo, abbandonata Taranto, inizia a mettere su una squadra di avvenenti e giovani talentuose da invitare ad un megaparty in Sardegna, nella villa affittata per l’occasione. La villa di fronte a quella di Silvio Berlusconi.

Ma Silvio Berlusconi vive lì da “recluso”, in compagnia solo di sua moglie Veronica, che da tempo ha dovuto mettere da parte sentimenti quali la gelosia, ma che non tollera sia messa in discussione la sua dignità.

Silvio prova a riconquistare sua moglie. Ma contemporaneamente è mosso da un’insoddisfazione generale data dall’attuale situazione politica, ora che non è più al governo.

“Ma non hai paura del vuoto?”, gli chiede Veronica. “No, perché lo vedo da lontano”.

“Io sono un uomo del fare. E non riesco a terminare nemmeno un progetto. Quasi quasi compro un’altra casa gigantesca”.

“Ne abbiamo 20, abbiamo tutto”.

“Il tutto non è abbastanza”.

È l’Italia del 2006, Berlusconi ha 70 anni (“sono ancora giovane”) ed è appena terminato il suo terzo Governo.

Da una parte, in lontananza, si anima il sottobosco di quello che poi è passato agli onori della cronaca come il fenomeno del Bunga Bunga. Dall’altra, nel paradisiaco scenario di Villa Certosa, l’uomo-simbolo, il miraggio di quel sottobosco, prova a far fronte al difficile momento, politico, umano e “sentimentale” che sta vivendo.

Loro 1 di Paolo Sorrentino (nelle sale da domani, 24 aprile, mentre Loro 2 arriverà il 10 maggio) si compone a sua volta di due parti.

Allegoria pop e dissacrante di una fauna decadente e tossica, la prima, caricatura “aforismatica” la seconda.

È anche in questa profonda spaccatura, forse, che il film risulta in disequilibrio e disomogeneo: Sorrentino non aveva certo bisogno di realizzare un lungometraggio su Berlusconi per dare sfoggio del suo indiscutibile talento dietro la macchina da presa.

Mischia – come da cartello iniziale – fatti veri a fatti inventati, mescola personaggi “ispirati a” (il Tarantini di Scamarcio in primis, o il “ministro” di Fabrizio Bentivoglio: è Bondi?, la Kira di Kasia Smutniak è l’“ape regina” Sabina Began) con personaggi chiamati per nome e cognome (Noemi Letizia, Mariano Apicella, Veronica Lario ovviamente), “inventa” figure fittizie (questo fantomatico “dio”, che nessuno ha mai visto, è l’erede di Licio Gelli?...) per arrivare comunque laddove già con Il Divo e in un certo senso con La grande bellezza era arrivato.

Qui, è naturale, la potenza simbolica dell’oggetto della narrazione è differente. E Sorrentino, almeno nelle intenzioni, vorrebbe inquadrare da un lato la contraddizione di questa corte adorante, composta da uomini “prevedibili ma indecifrabili”, dall’altro provare a raccontare l’uomo dietro alla figura simbolica, attraverso un tono, sempre nelle intenzioni del regista, che è quello “rivoluzionario, della tenerezza”.

Per quanto riguarda la prima intenzione, quella relativa alla tribù di arrivisti, faccendieri, donne facili, strafatte, sessuomani, e via dicendo, il tutto culmina nella megafesta in Sardegna a base di MDMA (con tanto di bugiardino vivente che ci spiega i vari stadi successivi l’assunzione): per arrivarci, Sorrentino si muove con la solita disinvoltura estetica (anche troppa) tra locali e dietro le quinte di un degrado morale e politico allucinanti, in un tripudio di corpi, luci e colori tanto abbaglianti quanto tristemente bui, tutti, nessuno escluso, mossi dalla brama di arrivare a Lui.

Ma, almeno in questo Loro 1, sono due mondi che non si toccheranno mai, se non relativamente, in maniera fugace.

 

Sembra quasi che a Sorrentino interessasse presentarci questi due universi in modo netto e separato, probabilmente in attesa di farli collidere nella prossima, seconda parte.

Perché, lo ricorda lo stesso regista, Silvio Berlusconi “è il primo uomo di potere a essere un mistero avvicinabile” rispetto a figure come quella di Andreotti, ad esempio, appartenenti ad un’epoca in cui si parlava di “disincarnazione del potere”.

Ma resta il dubbio, alla fine di questo Loro 1, che Toni Servillo abbia voluto/dovuto incarnare sin troppo da vicino questo mistero, finendo per renderlo la caricatura di se stesso.