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Una delle più interessanti conseguenze dell'ondata di inclusione e rilettura dei propri canoni culturali negli USA è la presenza di racconti, non solo di figure, che approfondiscano radici lontane; non si parla in questo caso dell'appropriazione culturale che Hollywood ha messo in piedi nel corso dei decenni, ma di un interesse più genuino di commistione. Un esempio chiaro può essere L'isola dei ricordi, film animato targato Dreamworks diretto da Joel Crawford (già regista di Il gatto con gli stivali 2) e da Januel Mercado, animatore statunitense di origini filippine.
E proprio nelle Filippine è ambientato il film, durante i primi anni '90: le protagoniste sono Jo (doppiata in originale da H.E.R., attrice e cantante di madre filippina) e Raissa (le dà la voce l'attrice filippina Liza Soberano), due amiche fin dai primi anni di scuola. Il loro legame va in crisi nel momento in cui la seconda deve lasciare il paese per andare a studiare in California. Sarà decisiva l'apparizione di un portale tra le dimensioni che le porta a Nakali, l'isola dimenticata di cui raccontava sempre la nonna di Jo; ma una volta lì, le due perdono la memoria e dovranno affrontare un incredibile viaggio per tornare a casa.
I due registi sono anche sceneggiatori di una storia che pesca a piene mani dal folklore filippino, utilizzando in particolare i demoni che si nutrono di memoria per raccontare la storia di un'amicizia alla prova del passaggio dall'età adolescenziale a quella adulta, e di come ciò che ricordiamo e il modo in cui lo facciamo ci definisca come persone prima ancora che come amici. L'isola dei ricordi mette insieme suggestioni che ricordano parecchio il cinema per ragazzi e bambini recente, su tutte il legame tra morte e memoria che innerva Coco, anch'esso una ricognizione sulla mitologia ultraterrena di una nazione, insieme alla struttura di Una notte da leoni, ma alla fine si fa apprezzare e ricordare per due cose essenziali.
La prima è la tenuta narrativa di un racconto che frulla moltissime cose a un ritmo frastornante, magari finendo per perderne qualcuna per strada, abilissimo a ripartire quando tutto sembra perduto, ma che restituisce con forza il mix di risate, nonsense e viscerale sentimento che è l'amicizia giovanile; la seconda è la resa grafica, il tour de force tecnico e tecnologico che mescola iconografia tradizionale, anime e street-art, che rende efficacissime l'azione, la paura (il piatto forte di Crawford come regista: la sua Manang fa paura come il suo Lupo nel Gatto con gli stivali 2) e la rigogliosità cromatica.
Adatto forse a bimbi non troppo piccoli, per la velocità survoltata con cui accadono e sono messe in scena le vicende, L'isola dei ricordi prosegue il buonissimo momento per l'animazione in casa Dreamworks, la sua voglia di sperimentare su stili e motori grafici, quasi a sfidare il suo pubblico di riferimento, e nel frattempo cerca di comunicare valori "educativi" in modi opposti al moralismo dell'animazione di una volta.
