Di cinema sull’ETA se ne è fatto, non poco, in Spagna. Fiction e documentari, cronaca giudiziaria e racconto intimista, storie di vittime (Maixabel, Todos están muertos) e, più raramente, di carnefici. Sembrava che il filone si fosse esaurito insieme alla spinta del movimento di indipendenza basco, che ha deposto le armi nel 2017. Invece negli ultimi anni è rinato, ibridandosi con il genere e attingendo al patrimonio di testimonianze custodite dai corpi di sicurezza. Dopo El hijo zurdo o Patria, L’infiltrata racconta l’ETA dall’interno, attraverso gli occhi di una poliziotta che dopo anni di copertura riesce a attirare la fiducia dei terroristi.

Arantxa Echevarría firma un thriller solido, asciutto, senza cedimenti: una storia vera di infiltrazione nei ranghi dell’indipendentismo basco radicale, costruita con rigore narrativo e una regia priva di orpelli, tutta centrata sulla tensione interna della protagonista. Gli spagnoli confermano di avere una padronanza rara del thriller a bassa frequenza, senza gli eccessi della tradizione americana, ma più sfumato, compassato, d’atmosfera.

Il cuore del film è Carolina Yuste, premiata con il Goya e capace di dare vita a un personaggio spigoloso, opaco, non chiaramente empatico. Una donna che viene scelta perché può sparire nel ruolo, diventare invisibile. E qui il film apre una chiave di lettura meno congenita al genere: L’infiltrata è anche un film sul patriarcato, sul modo in cui le figure maschili - sia i poliziotti che i militanti - gestiscono il potere, delegano, usano, ordinano. Il corpo della protagonista si piega, si fa letteralmente strumento operativo, contenitore di identità, terreno strategico di obiettivi altrui.

Senza grandi scene madri, sul filo di una tensione però costante, giocata proprio su questa dialettica tra potere maschile e ricerca di riconoscibilità femminile. Con un finale che scioglie l’intreccio ma non l’ambiguità politica dell’approccio.