L’immensità

Dall'universale al particolare, il ritorno di Emanuele Crialese coincide con il suo film più intimo e sentito. Altalenante, imperfetto, ma capace di slanci indiscutibili, con una grande Penélope Cruz. In concorso a Venezia 79

4 Settembre 2022
3/5
L’immensità
L'immensità di Emanuele Crialese - Luana Giuliani e Penélope Cruz - foto di Angelo Turetta

“Esci? Quando sei truccata o esci o hai pianto”.

Adriana ha 12 anni e meglio di chiunque altro conosce gli stati d’animo della mamma Clara, ormai sul punto di un esaurimento nervoso a causa del matrimonio prossimo al fallimento con Felice.

In un attico con vista cupolone nella Roma anni ’70, in un mondo sospeso tra quartieri in costruzione e varietà televisivi in bianco e nero, Adriana è la maggiore di 3 figli e aspetta segnali dallo spazio perché è convinta di essere un alieno capitato per caso sulla Terra. Dice agli altri di chiamarsi Andrea, non si riconosce in quel corpo da femmina, rifiuta la propria identità e vuole convincere tutti di essere un maschio.

“L’immensità è il film che inseguo da sempre: è sempre stato ‘il mio prossimo film’, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non mi sentissi mai abbastanza pronto, maturo, sicuro”: dall’universale al particolare, Emanuele Crialese abbandona il grande Respiro delle storie migratorie di Nuovomondo (2006) e Terraferma (2011) e ritorna con la mente, con la scrittura e con la restituzione su schermo ad una storia molto più intima, e personale, che evidentemente aveva bisogno di tempo (undici anni tra questo e il precedente film) per essere rielaborata e realizzata.

Penélope Cruz in L’immensità di Emanuele Crialese – foto di Angelo Turetta

Nuovamente in concorso a Venezia, dove nel 2006 vinse il Leone d’Argento – Rivelazione, il Pasinetti e il SIGNIS e nel 2011 il Gran Premio della Giuria, Crialese affida ad una marcatissima palette fotografica e scenografica i cromatismi che delineano i contorni di questa storia sulla famiglia e sul cambiamento, interiore e non solo.

Scritto dal regista insieme a Francesca Manieri e Vittorio Moroni, L’immensità – title track che arriverà solamente per i titoli di coda – è un film meno “controllato” e più emozionale dei suoi precedenti, e proprio per questo rischia – soprattutto all’inizio – di prendere derive drammaturgicamente pericolose.

Emanuele Crialese sul set – Credits Angelo Turetta

Ma è un percorso, quello del film, che sulla distanza riesce a dare il meglio di sé, vuoi per l’incantevole, luminosa malinconia incarnata da una Penélope Cruz (la mamma) ai suoi massimi, vuoi per la tenera, esplosiva bellezza di alcune scelte – quelle in cui la protagonista, l’esordiente-brava Luana Giuliani, ricrea con l’immaginazione partendo dalle canzoni e dalle coreografie ascoltate e viste in tv – destinate sin da subito a trasformarsi in situazioni di culto, con l’attrice spagnola chiamata ad una doppia performance, prima nei panni della Carrà nel balletto di Prisencolinensinainciusol con Celentano, poi in quelli di Patty Pravo al fianco di Johnny Dorelli per Grazie amore mio – Where Do I Begin.

Un po’ melodramma, un po’ coming of age, un tantinello di Almodóvar, un qualcosa di Ozpetek, L’immensità (nelle sale dal 15 settembre con Warner Bros.) è opera dall’identità mutevole, che soffre e al tempo stesso riesce ad esaltarsi a causa della e grazie alla portata del peso e della nostalgia dei ricordi.

Luana Giuliani in L’immensità – Credits Angelo Turetta

In fondo è una storia migratoria anche questa: anche qui si parla di un percorso, di andare da un luogo a un altro, di uno spostamento, di una transizione.

Altalenante, a volte sopra le righe, capace però di slanci indiscutibili, gli stessi che segnano le corse di Adri/Andrea attraverso il mistero di quel canneto che la separa dagli incontri con la coetanea Sara, figlia di operai che vivono in una baraccopoli.

Perché Crialese ragiona anche su questo, sull’innocenza di una generazione capace di dialogare, anche senza bisogno di parole, e innamorarsi, seppur appartenendo a ceti sociali differenti, e opposti.

Inquadrando così l’ipocrisia e il bigottismo di una borghesia, quella degli adulti, costretta a classificare e dedita al tradimento, ma incapace di relazionarsi, temendolo, con il cambiamento.

Sì, io lo so / Tutta la vita sempre solo non sarò / Un giorno troverò / Un po’ d’amore anche per me / Per me che sono nullità / Nell’immensità

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