Liberami

Un documentario che testimonia il fenomeno della possessione senza sensazionalismi né pathos. Tra ironia e inquietudine, ecco il vincitore di Orizzonti

29 Settembre 2016
3,5/5
Liberami

Quando qualche tempo fa uscì sui giornali la notizia della donna che parlava in aramaico e si contorceva alla vista della Sacra Sindone esposta a Torino, il tono era improntato ancora una volta a un frusto sensazionalismo, con titoli che prefiguravano “Scene horror” e “Indemoniate” degne dei migliori film del filone. Fortuna poi che la stessa donna, in una lettera aperta a Repubblica, raccontasse la propria esperienza di “posseduta”. Ne veniva fuori un quadro meno effettistico e fantasioso ma non per questo meno inquietante.

Quella lettera sofferta ma pacata, lucida nel descrivere un male oscuro, spirituale e poi fisico, sembra riecheggiare nelle vicende di Gloria, Enrico, Anna e Giulia, quattro posseduti siciliani che hanno deciso di uscire allo scoperto facendosi riprendere nel bel documentario di Federica di Giacomo, Liberami. Un’invocazione che spiega bene il tormento di questi “poveri diavoli” che ogni martedì seguono, insieme a tantissimi altri, la messa di liberazione di padre Cataldo, uno dei più richiesti esorcisti italiani. Lui è il valore aggiunto dell’operazione, presenza ieratica e bonaria insieme, dolce e imperiosa. Con l’aria sorniona e quel fare canzonatorio da buon siciliano, l’uomo di Dio battibecca col (presunto) demonio anche al telefono e così rende ogni epica una mezza boutade.

Un approccio antifrastico che la Di Giacomo fa suo, tanto più efficace quanto meno cerca l’enfasi. Eppure la camera entra dove solitamente non è consentito, permettendo allo spettatore di assistere a veri esorcismi. Lo spettacolo è insieme perturbante e bizzarro, persino comico in alcuni momenti. Dalle contorsioni alle lingue straniere, dagli occhi di fuori al vomito facile, l’abbecedario della possessione è quasi al completo ma l’amplificatore è spento.

Il contenuto è la forma qui: il cinema documentario riscopre la vocazione primaria e torna a registrare, selezionare, montare pensandosi come riproduzione – più apatica che obiettiva, intendiamoci – del reale, dove riprodurre però non significa produrre due volte ma produrre di nuovo: non cambia il fenomeno, ma lo spettro delle sue epifanie.

Con coerenza, Liberami intende esorcizzare le opposte paure sull’argomento, disinnescando tanto la retorica dell’irrazionale quanto il rifiuto dello scettico. Aprendo semmai inaspettati spiragli di simpatia e conoscenza su una strada comunque lastricata – e non potrebbe essere diversamente – di terribili domande.

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