Les hirondelles de Kaboul

La condizione della donna sotto il regime talebano. Nel potente acquerello di Zabou Breitman ed Eléa Gobbé-Mévellec, in Un Certain Regard a Cannes 2019

16 Maggio 2019
4/5
Les hirondelles de Kaboul

Solamente le rondini sono davvero libere a Kaboul. Le donne, nascoste sotto i burqa, vengono lapidate per “fornicazione”, non possono indossare scarpe bianche, non possono tante, troppe altre cose. Gli uomini, da parte loro, non possono pensarla diversamente da così.

Ancora una volta – dopo Valzer con Bashir e il più recente Another Day of Life – è l’animazione lo strumento a cui affidare la potenza di un racconto altrimenti impossibile da restituire attraverso la realtà di immagini che neanche il cinema-verità riuscirebbe ad inquadrare.

Zabou Breitman ed Eléa Gobbé-Mévellec dipingono un acquerello dal tratto delicato per illustrare il dramma quotidiano della situazione femminile in Afghanistan, sotto il regime talebano.

Sullo sfondo di colori tenui e ambientazioni rese con mano leggera, Les hirondelles de Kaboul segue la storia di un guardiano del carcere femminile, sposato con una donna in fin di vita divorata da un cancro incurabile. Parallelamente, due giovani coniugi – un tempo insegnanti nell’università ormai rasa al suolo – sognano una vita diversa per il loro amore.

Inevitabilmente, le due vicende finiranno per incrociarsi.

Dolorosa ed emozionante riflessione sui diritti negati, il film di Breitman e Gobbé-Mévellec si interroga sulle possibilità di cambiare uno status quo profondamente inquietante. Fuggire da lì – come inizialmente vagheggiato dall’anziano – non servirebbe a nulla: è affidando l’insegnamento della libertà alle giovani generazioni che un giorno, forse, le cose potranno prendere un nuovo corso.

Nel frattempo, attraverso il sacrificio di pochi, qualcun altro potrà salvarsi.

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