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Le cose non dette
Le cose non dette è il nuovo film di Gabriele Muccino, e non è un buon film. Fallisce come mélo, come thriller, come (meta)cinema e come vita. Già, che è successo a Muccino, tra i pochissimi naturalmente simpatici e spiccatamente ironici del comparto tricolore, tra gli ancor più sparuti ad aver avuto una carriera americana, tra gli esigui a saper girare, nonché a centrare più di qualche successo? Il precedente Fino alla fine (2024) era da dimenticare ed è stato esaudito, questo agevolmente s’accoda: eccezion fatta per il soggetto morbosetto, non funziona (quasi) nulla. Ahinoi.
Prima di addentrarci, una nota di merito: disgraziato quel cinema che annovera in un pugno di mesi gli stessi due attori, Stefano Accorsi e Miriam Leone, a incarnare una coppia che non riesce ad avere figli, dunque Amata di Elisa Amoruso e questo. Che squisita originalità, signora mia.
Ma quel che dice meglio del nostro irredimibile provincialismo – e sì che Muccino ha il carnet per respingerlo – è l’ispirazione: già, il soggetto morbosetto nemmeno quello è originale. Viene dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, qui co-sceneggiatrice con Muccino, che in un cinema figlio di un dio minore come il nostro non può che essere la sorella di quella brava, la compianta Nora. Non finisce qui, il titolo del romanzo dice della sua ambientazione, che per gli esploratori dell’ignoto altrimenti detti sceneggiatori italiani dev’essere sembrata appunto troppo sotto casa, sicché “lo famo esotico, andiamo a Tangeri!”.
Va be’, fosse questo il problema – invero lo è, il Marocco è più lo dimo che lo famo, al netto della solita ancorché centrale piazza di Tangeri corroborata di scimmiette, datteri e ambulanti che nella realtà latitano: magico esotismo, e sintomatico mistero.
Comunque, Carlo ed Elisa, lei articolista tradotta in America di Vanity Fair Italia, lui scrittore, di un solo libro e con il secondo non proprio in canna. Pausa: il libro fatale, non sveliamo altro, è stampato peggio delle tesi delle triennali, epperò nella casa dei due ci sono solo Adelphi, sicché siamo sempre lì nel nostro cinemino, tra miseria e nobiltà, ossia vorrei ma non posso. Riprendiamo.
Lui insegna filosofia alla Sapienza, dove conosce o, meglio, viene conosciuto dalla studentessa trasferita a Roma dalla proverbiale “culonia” eppure parlante un atavico romano, vai a capire: si chiama Blu (Beatrice Savignani), dipinto di disgrazie. Veniamo al sodo. Carlo ed Elisa con gli amici di una vita, Anna (Carolina Crescentini) e Paolo (Claudio Santamaria), cenano sovente all’Antica Pesa, di cui pronunciano a più riprese nome e cognome del titolare, Francesco Panella: ecco, si spera che i cestini del film vengano da lì, se no davvero non si spiega, ché l’insistenza di “Panella”, “Francesco Panella”, “da Francesco” è troppo pure per una televendita.
Comunque (#2), un po’ perché i rapporti a due vanno male, decidono di partire in quattro per Tangeri, anzi, cinque: Anna e Paolo hanno una figlia tredicenne, la temibile Vittoria (Margherita Pantaleo, brava). Parentesi personale: per questo ruolo mia figlia ha fatto il provino.
Ultima cosa sulla sinossi: a Tangeri spunta pure Blu, che senza Carlo non può stare nemmeno un giorno – e poi lui le ha detto che la lascia la moglie, quella “stupidona” o “stupidotta”, non ricordiamo con esattezza come l’assai più giovane rivale l’apostrofi in un café tangerino.
Come thriller abbiamo anche visto di peggio, siamo sinceri, ma nel novero Le cose non dette è la copia di mille riassunti, che comunque durano troppo. Sul versante mélo, peggio me sento: Carlo e gli altri non sono persone e forse nemmeno personaggi, ma pupazzoni al servizio non si sa di che teoria psicologica, affondo esistenziale, precipitato antropologico – innaffiato di Calvino e mille altri scrittori, Verdi e Avec le temps e, in platea, guardiamo l’orologio. Non ci credi – e più che sospensione, servirebbe il sospensorio dell’incredulità – nemmeno per un secondo a queste vite di uomini e donne non illustri. Direte, magari son pupazzoni urlanti, soppraccigliatamente esagitati (Accorsi), drammaturgicamente imbolsiti alla bisogna, ovvero a uso e consumo della riflessione, s’intende metacinematografica, sull’atto di vedere, la scopofilia, la testimonianza, il voyeurismo eccetera. Macché, le palme ci sono, ma De Palma non abita qui. Manifestamente.
Ancora, sulla poetica: per gran parte del film, si sente puzza di misoginia, ma il finale non convalida irrefutabilmente, ché i maschietti son troppo imbecilli per essere non dico veri ma almeno facsimile, e quindi indulgono alla misandria.
Mal comune, senza gaudio alcuno: Le cose non dette, che poi è detto tutto.


