Lazzaro felice

Il cinema fanciullo e libero di Alice Rohrwacher per ritrovare lo sguardo sugli ultimi, come non accadeva da tempo. Un’epifania, premiato a Cannes

30 Maggio 2018
4,5/5
Lazzaro felice

L’Italia ha ritrovato il suo cinema fondativo. Quello dalla parte degli ultimi, quello fiabesco e popolare di Citti e di Pasolini, di Scola e di Comencini. Quello della terra e della natura, arcaico e sospeso, che tanto era caro al compianto maestro Ermanno Olmi.

È il cinema fanciullo, libero e “bislacco” per dirla con le sue stesse parole, di Alice Rohrwacher. Che alla sua terza prova da regista riesce ad andare al di là dei già meritori Corpo celeste e Le meraviglie, compiendo un balzo in avanti che assume le sembianze del volo.

È Lazzaro felice, un film capace di riportare lo sguardo lì dove la ragione, troppo spesso, ti impedisce di arrivare. Di entrare in una chiesa perché richiamato dal suono di un organo con Bach in lontananza, per accorgerti, una volta fuori, che quella musica ha iniziato a seguire te.

Non è facile, lo ammettiamo, di fronte ad opere di questo tipo, affrontare un’analisi che provi a tenere separati l’oggetto filmico dalla sua dimensione più incorporea, spirituale. Ma allo stesso tempo è semplice lasciarsi accogliere in questo racconto dove il realismo magico, il disincanto, riescono a tracciare percorsi di senso altrimenti impossibili da cogliere.

Alice Rohrwacher ci riporta in un universo neanche troppo lontano, ma che può sembrare lontanissimo. Ci presenta una numerosissima famiglia di contadini (tutti, o quasi, attori non professionisti), ancora sotto padrone, alle prese con la fatica quotidiana. La fatica ripagata con nulla, eppure la gioia di vivere non manca. Tra di loro c’è Lazzaro (Adriano Tardiolo), ragazzino nemmeno ventenne, il classico ultimo della fila, mai una parola fuori posto, sempre disponibile a qualsiasi cosa.

Mezzadri quando la mezzadria era stata già bandita per legge, servi della marchesa Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi), madre di Tancredi (Luca Chikovani), coetaneo annoiato e viziato di Lazzaro, che sfrutterà l’ingenua bontà di quest’ultimo per fingere di essere stato rapito.

Ma per Lazzaro, quella è un’amicizia che nasce vera. E attraverserà intatta il tempo che passa e le conseguenze dirompenti della fine di quel “Grande Inganno”, portando Lazzaro nella città, enorme e grigia, alla ricerca di Tancredi.

È qui che il salto nel vuoto della Rohrwacher (premiata a Cannes per la sceneggiatura in ex-aequo con Three Faces di Panahi), rischioso e incantato, si compie pienamente: un balzo in cui il tempo segnerà il passaggio che lei stessa – parafrasando Elsa Morante – definisce quello tra il primo e il secondo medioevo, tra un medioevo storico e un medioevo umano. Quello in cui la democrazia trae in salvo gli schiavi per gettarli poi, soli, in un sistema comunque chiuso, e classista.

Alice Rohrwacher e Alba Rohrwacher sul red carpet di Cannes – Foto Pietro Coccia

Lo scenario cambia, il “caldo” della natura ha lasciato il posto al freddo incolore della metropoli: due poveracci (uno è Sergi Lopez) fungono da traghettatori inconsapevoli dell’unica cosa, entità, a non essere mutata.

Lazzaro, che metaforicamente risorto, si ritrova immutabile come solo il Bene può esserlo, sul cammino di quei contadini non più tali. E cambiati, cresciuti, invecchiati. Antonia (da giovane era Agnese Graziani, ora è Alba Rohrwacher), che da ragazzina era stata l’unica a preoccuparsi della sua scomparsa, ora è l’unica a riconoscerlo senza esitazioni. Ad accoglierlo.

Perché Lazzaro – al quale l’esordiente Tardiolo dona un’adesione talmente irreale da apparire meravigliosa – è portatore di quella assurda “santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani”.

 

Ed è ancora l’unico, pur in una storia dove il bene e il male sono così facilmente individuabili, a non esprimere mai un giudizio.

Scoprendo però, ad un tratto, di non essere più felice come un tempo, pur ritrovando lontano dalla campagna un’altra luna da fissare. Scoprendo di saper soffrire, e sempre in nome di una bontà “folle”, capace di compiere scelte sbagliate, ma comunque incapace di far soffrire gli altri. E questa, “povero scemo”, sarà la sua colpa definitiva.

Un cinema che è epifania, un cinema di corpi celesti e meraviglie. E di Lazzaro. Un cinema felice.

 

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10 Commenti on "Lazzaro felice"

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Giuseppe Gatto
Ospite

Entrato sospettoso ( avevo appena visto Dogman) uscito corroborato …eh si, da lassù Olmi deve aver dato una mano….

Giulia
Ospite

FIilm anomalo venato di poesia ma amche di surreale un po’ sterile, con affascinanti anche aridi paesaggi e un.protagonista che ispira tenerezza nell’ innocenza dei suoi grandi occhi buoni ma anche molto statico, ripetitivo. Una prova riuscita a meta’ per la terza esperienza della regista Alice Rohwacker, (sorella minore di Alba che qui è attrice) anche se gli spunti non sono pochi e di qualità.

Bruna Sandri
Ospite

Un film poetico,un inno alla bontà che questa società ahimè non riconosce come qualità. Mi ha commossa e ce ne fossero di regista così brave! Bel cinema italiano che ti incanta e ti smuove qualcosa dentro…..almeno per me è stato così. Bravi anche tutti gli attori.

vito
Ospite

Quando Lazzaro rinacque fu così felice che girò tutto il mondo per farsi riconoscere, al di là delle umane vicende, tanto era grande la sua gioia. Molti lo scacciarono, altri furono pieni di stupore e speranza, altri ancora lo presero a calci e pugni. Quando Lazzaro ebbe fatto ciò che riteneva giusto tornò alla casa del padre.

gabriele
Ospite
Un film che mi ha scavato dentro, mi ha preso profondamente: Lazzaro felice. Ci sono storie che scavano, inquietano e continuano a smuovere in profondità. Che strano! Ma forse non così strano. Premio a Cannes per la migliore sceneggiatura. Lazzaro perché era morto cadendo dal burrone di cinquanta metri, ed è tornato in vita, un po’ come Lazzaro nel Vangelo. Lazzaro di nome e felice perché riesce a essere felice malgrado tutto perché attraversa ogni vessazione con lo stesso spirito candido. Dentro alla rappresentazione di un’umanità brulicante nella povertà, incatenata nella miseria e nell’ingiustizia, duramente asservita al lavoro dei campi… Leggi il resto »
Eugenio
Ospite

Ho appeno visto il film e devo essere onesto : “braccia rubate all’agricoltura”
Ho sentito sviolinate pazzesche sul coraggio di questa regista ma il coraggio vero ce lo mette chi lo deve guardare ahimè.

Silvana
Ospite

Per chi vive nel presente, con tutto se stesso, il tempo non esiste . Lazzaro è un anelito alla ricerca del.nostro essere più profondo , è un invito alla purezza, , al non giudizio, a dire ‘si ‘alla Vita. Solo a lui e alla sua gente è consentito ascoltare la Musica , perché la Musica tocca il cuore. Ma bisogna averlo, il cuore.

Patrizia
Ospite

Un film che ti porta via ….Così dovrebbe essere il cinema (?) Bello ma soprattutto coraggioso. Difficile esprimere spiritualità commozione senza rinunciare al sogno. La bellezza sta anche nella imperfezione nella voglia di dire anche in modo un po “bislacco”ma senza nessuna paura ciò che hai dentro. La discontinuità del racconto a volte evidente ha il pregio di mettere in luce la volontà di esprimeresi senza remore e a tutti i costi, con gradi slanci e impossibilita di essere diversi, La poesia arriva come non mai, il racconto si fa da solo.

anna
Ospite

Ho cominciato a guardare questo film per caso, ma sono rimasta così ipnotizzata dalla sua struggente dolcezza, delicatezza e realtà della vita. Di quella vita faticata, accarezzata, urlata, ballata. Bellissimo e tutti bravissimi.

Janez
Ospite

una bella favola, amara (come molte favole), sognante, vista a Sežana (Slovenia, vicino Trieste), assieme a altre 4 persone in sala. Brava la Rohrwacher, grazie.

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