Lady Bird

Greta Gerwig "torna" a Sacramento per questo coming of age costruito sulla sospensione che anticipa la trasformazione. E fa centro, con Saoirse Ronan da applausi

27 Febbraio 2018
4/5
Lady Bird

“Chiunque parla della California gaudente dovrebbe passare un Natale a Sacramento”. Si apre con una citazione di Joan Didion l’opera prima (in solitaria) di Greta Gerwig. Non è difficile, dopo poco, comprenderne il motivo.

Siamo nel 2002, a Sacramento appunto. Città natale della Gerwig stessa (oltre che della scrittrice citata), che sul grande schermo si rivede in Christine McPherson, studentessa 16enne di una scuola cattolica che pretende di farsi chiamare “Lady Bird”, soffre le troppe attenzioni materne e sogna di evadere dalle restrizioni per costruire il proprio futuro in un college newyorkese.

Detta così, sembrerebbe di trovarsi di fronte all’ennesimo film su un coming of age dal sapore trito e ritrito. Ciò che sorprende di Lady Bird, invece, è un insieme di elementi che ne caratterizzano tanto l’andamento quanto il “sedimento”.

Saoirse Ronan e Greta Gerwig sul set del film

Saoirse Ronan – bravissima, premiata con il Golden Globe (andato anche al film come miglior “commedia”) e nominata all’Oscar – è la perfetta incarnazione dell’adolescenza, quella vera, ancora lontana dall’intossicazione da smartphone e social, sospesa tra l’amore familiare (lascia a bocca aperta il modo in cui la Gerwig riesca a costruire il rapporto madre-figlia-padre, anche grazie a due interpreti meravigliosi come Laurie Metcalf e Tracy Letts) e la voglia di emanciparsi.

Sospesa, allo stesso modo, tra l’abbraccio sicuro della goffa e obesa amica del cuore, Julie (Beanie Feldstein, altra sorpresa), e le “tentazioni” di compagnie più trasgressive, cool, come la ricca – e bella – Jenna (Odeya Rush). E incuriosita, infine, dalle prime cotte amorose, diametralmente opposte per caratteristiche ma inevitabilmente deludenti in entrambi i casi, dal compagno del laboratorio di recitazione Danny (Lucas Hedges, che abbiamo già conosciuto in Manchester by the Sea) al tenebroso e nichilista Kyle (l’astro nascente Timothée Chalamet, già protagonista per Guadagnino in Chiamami col tuo nome).

Il film di Greta Gerwig ruota intorno a questa sospensione che anticipa la trasformazione. E lo fa in maniera naturale, senza ricorrere a chissà quali vezzi o esagerazioni, coccolando in un certo senso quella delicata sensazione che combina il diniego – il non riconoscersi in un nome imposto da altri, il ritrovarsi in un luogo che si vorrebbe abbandonare quanto prima, il sognare di abitare dal lato “giusto” della ferrovia… – a quell’innata affezione, sepolta nelle ceneri di un fuoco ribelle, che solamente l’allontanamento, e poi il tempo, ti costringeranno a riconoscere.

 

E quella telefonata nel finale, dopo la messa domenicale, è proprio lì a ricordarcelo: “Ciao mamma, sono Christine”. Semplicemente commovente.

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Federica
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