L’abbuffata

Il "cinema nel cinema" di Calopresti è puro esercizio. Non bastano i comprimari Abatantuono e Depardieu. E l'indigestione è servita

16 Novembre 2007
L’abbuffata
Una scena del film

“Questa è la bellezza del cinema: le persone riescono a dirsi quello che non si dicono nella vita”. Un buon punto di vista per giustificare le numerose e didascaliche sceneggiature che affliggono tanto cinema contemporaneo. L’abbuffata di Calopresti non è un film. È un esercizio di cinema nel cinema che coinvolge, in maniera ipercalorica come da titolo, molti volti noti – alcuni fedelissimi del regista, vedi Valeria Bruni Tedeschi – nell’avventura di tre ragazzi calabresi (Briguglia, Nucera, Di Ciaccia) decisi a realizzare un lungometraggio con la partecipazione degli abitanti della piccola Diamante. Che si mobilitano con gioia quando, contro ogni previsione, Gerard Depardieu decide di prendere parte al progetto. L’indigestione sarà fulminante. Così come la sensazione che il bersaglio mirato da Calopresti, anche attore nella parte di un attore, perda di significato dopo qualche minuto di visione. Non bastano Abatantuono (regista senza più ispirazione), Donatella Finocchiaro, Frassica, più le apparizioni del già “Flaminio Maphia” G-Max e del critico Stefano Della Casa: l’ipotetico omaggio a 8 e ½ è pura teoria, la (grande) e letale abbuffata per il ferreriano Depardieu meccanico coupe de theatre.

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