La vita è un miracolo

Addio alle danze. Kusturica mette in scena una storia d'amore. In concorso sulla Croisette

13 Maggio 2004
La vita è un miracolo

Nuova, felice, gioiosa intuizione nel cinema di Kusturica. Entra in scena l’amore e sgombera il campo da ogni residuato sovraccarico di “unza unza” musicali e di isteriche performance attoriali. In La vita è un miracolo viene messo in scena un rapporto sentimentale fra un ingegnere serbo e una infermiera musulmana dopo lo scoppio della guerra bosniaca del 1992. Così la relazione tra i due protagonisti supera le differenze etnico/politiche come nelle migliori tradizioni politically correct, si risolve in un sottofinale tragico e nel complesso si connota come dramma imbevuto di classici schemi shakespeariani. Ovvio, l’assunto per il quale l’amore ci salva dall’odio, quello di una guerra che tocca i protagonisti paradossalmente da lontano, oltre ad essere di per sé lapalissiano, al cinema ce lo hanno già raccontato in tanti. Il punto è la forza, l’impeto, quasi da regista di melò, che Kusturica mette nell’esporre il tema. In La vita è un miracolo ci sono oche, gatti e cani che quasi comunicano a parole con gli umani, partite di calcio che paiono guerre in miniatura, trovate comiche che escono da grevi cliché geografici. E’ sì, il solito caravanserraglio da balcani made in Emir, ma è l’aria che si respira ad essere cambiata. Insomma c’è meno filosofico caos irragionevole, c’è meno confusione e lungaggine narrativa, c’è maggiore concentrazione nella tratteggio meramente estetico (affascinanti i campi lunghissimi che finalmente anche il regista slavo inserisce nel suo bagaglio stilistico). Ed è quindi un Kusturica edulcorato e lontano da paludati territori, che gli avevano creato, volente o nolente, estimatori sinceri ma anche violenti detrattori, che si ripresenta dopo anni di silenzio. Se non fosse per le due Palme d’Oro già vinte e per quell’insano bisogno che le giurie cannensi hanno di stroncare le semplici e pure storie d’amore, ci sentiremmo di proporre La vita è un miracolo per un premio importante che ridia fiducia ad un cineasta che pareva sparito nel nulla, dietro ad improbabili documentari in bianco e nero su insopportabili vicissitudini musicali dei suoi amici di sbornia.

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