PHOTO
Maria de Medeiros e Manolo Solo in La villa portoghese
“Bisogna prendersi cura dei fantasmi”, si sente in un momento cruciale di La villa portoghese, opera seconda di Avelina Prat, che, prima di diventare affidabile script supervisor e regista, ha studiato architettura. Dettaglio non influente in un film che, sin dal titolo, parla degli spazi, di chi li abita e di quel che contengono e rappresentano. E che sembra inserirsi in una curiosa riflessione collettiva sul tema dell’architettura come dispositivo di senso e strumento di comprensione della realtà. Un approccio che tocca film molto diversi come The Brutalist e Lo sconosciuto del grande arco che, tuttavia, a differenza de La villa portoghese, scelgono come protagonista proprio un architetto, in entrambi i casi chiamato a dare una forma poetica a un racconto collettivo, l’uno in rottura e l’altro in gloria con la mitologia nazionale.


Manolo Solo in La villa portoghese
(Bendita Film)Eppure anche nel film della già architetta Pratt – regista geometrica, rigorosa, essenziale – c’è uno sguardo sul legame tra i territori e chi li attraversa, siano persone alla deriva o spettri infestanti. “La casa e le cose”, potrebbe intitolarsi questa storia di donne sparite e uomini spaesati, con il centro della scena occupato da un professore di geografia. Altro riferimento decisivo: come può perdersi chi studia le mappe e le società, le comunità e gli ambienti, i fenomeni e i sistemi? Ma è la vita a disorientarlo: sconvolto dalla misteriosa scomparsa della moglie di origine serba, lascia Barcellona e parte per il Portogallo, dove, dopo una circostanza tragica ma determinante, assume l’identità di un giardiniere e trova rifugio in una vecchia villa immersa in un mandorleto.
È la proiezione di un viaggio emotivo e di un riposizionamento interiore, La villa portoghese, sul sentirsi spatriati e fuori posto, sui confini politici che determinano le differenze e le distanze, sul dolore dello stare al mondo che si accorda all’incomunicabilità, che fa professione di limpidezza senza negarsi la stratificazione tematica, elegge il silenzio a linguaggio evitando sia il compiacimento contemplativo che la retorica didascalica (decisivi i contributi del direttore della fotografia Santiago Racaj e della montatrice Giuliana Montañés).


Manolo Solo e Xavi Mira in La villa portoghese
(Bendita Film)Dove al melodramma si preferisce l’enigma, con l’abbandono che non sembra riguardare la sfera amorosa quanto piuttosto la nostalgia di quel posto che continuiamo a pensare come “casa” nonostante gli eventi ci abbiano portato a trovarla in altri posti, magari condivisi con chi non ha mai considerato le conseguenze del rimpianto. Manolo Solo, ottimo in un “doppio” ruolo che gioca con le maschere, è l’ideale abitante di questo film misterioso ed elegante (come le malinconie di Maria de Medeiros e Branka Katić, l’una che sorride nella tristezza e l’altra più sfuggente), una sorprendente parabola sulle migrazioni, sull’identità da reinventare e sui contraccolpi del destino, qua e là un po’ prolisso e non sempre incalzante ma ponderato e affascinante.
