La Viajante

Miguel Mejias riflette sull’incomunicabilità, riduce i dialoghi all’osso, trasforma il viaggio fisico in un percorso dell’anima. In anteprima mondiale allo ShorTS International Film Festival

30 Giugno 2020
3/5
La Viajante

Nel 1970 Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni fu un flop, e otto anni dopo fu anche inserito nel libro The Fifty Worst Film of All Time (I cinquanta peggiori film di tutti i tempi) di Michael Medved. Nonostante le polemiche, è ancora oggi pietra angolare di un cinema che ispira registi di tutto il mondo. Un esempio è La Viajante di Miguel Mejias.

Il deserto è il cardine della vicenda, l’incontro il punto di svolta. Una donna in macchina, l’arrivo della figura maschile, il percorso verso l’astrazione. E anche qui si respira l’atmosfera inquieta tanto cara ad Antonioni. Non si parla di politica, di contestazione studentesca, ma la strada, la polvere e la solitudine sono gli elementi portanti. Nel 1970 la bella Daria guidava per raggiungere il suo capo, quando davanti a lei in autostrada atterrava un monoplano, condotto da un ragazzo che l’avrebbe trascinata in un’avventura imprevedibile. Oggi una misteriosa figura chiede un passaggio.

Mejias torna a riflettere sull’incomunicabilità, riduce i dialoghi all’osso, procede per ellissi. Scandaglia la vita della giovane Angela al centro della narrazione, mescola il passato con il presente, trasforma il viaggio fisico in un percorso dell’anima. Dove a dominare l’inquadratura sono i silenzi. Ma anche i colori, i bagliori della notte, le tinte al neon che, verso la fine, ammiccano a Nicolas Winding Refn.

 

Quella di Mejias è un’idea di cinema asciutta, consapevole. A cambiare sono i paesaggi, ma non gli esseri umani. Che hanno bisogno di filtrare la realtà attraverso l’obiettivo di una videocamera, per riuscire a essere più lucidi. Angela per passione riprende gli insetti, li cattura in barattoli di vetro. E quei piccoli animali si fanno riflesso della sua esistenza.

Nei primi minuti vediamo volare una farfalla nella sua stanza. Per lei rappresenta la libertà di cui ha bisogno, la necessità di fuggire. Andando avanti, si trasformano in un richiamo all’aldilà, come se si trattasse di un progressivo avvicinamento alla morte. Così si perdono le nozioni di luogo e di spazio, sembra di essere proiettati in un mondo parallelo indifferente e freddo. Le parole si fanno vuote, la ricerca di senso passa attraverso sguardi senza calore. Forse, per citare sempre Antonioni, anche Angela vorrebbe fare uno scambio di identità, come in Professione: Reporter.

Ma la vita descritta da Mejias non offre vie di scampo, e neanche seconde occasioni. Restano solo i filmati amatoriali dell’infanzia, che invadono lo schermo, modificano il formato. Mentre l’automobile non si ferma, e continua a vagare in mezzo al nulla. La Viajante sarà in anteprima mondiale allo ShorTS International Film Festival.

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