La terra dell’abbondanza

Impaurita e lacerata l'America raccontata da Wim Wenders. A 3 anni dall'11 settembre

8 Settembre 2004
La terra dell’abbondanza

Supponiamo di non aver aperto i giornali, di non aver sentito radio e visto televisioni. Non sappiamo nulla, dunque, delle affermazioni e aspettative con le quali Wim Wenders ha accompagnato La terra dell’abbondanza in Concorso. Abbiamo un titolo che fa il verso in parte alla storia vetero-testamentaria, in parte all’immaginario con il quale l’America è vista da chi non la abita. Poiché la vicenda ha però luogo a Los Angeles e all’indomani degli attentati dell’11 settembre, ecco l’America di oggi, che non è più la terra promessa, non è più la terra dell’abbondanza. Non è più nemmeno una terra sicura e pacifica: mischiate le carte con la forza terrificante e inarrestabile dei 3.000 morti di tre anni fa, il dolore, il sospetto, la vendetta serpeggiano ovunque. Anche la “verità” latita sotto le macerie della follia umana. Verità: nozione che Wenders si augura non del tutto persa nelle realtà sociali e politiche di oggi (e corre un brivido se ripensiamo a Fahrenheit 9/11). E’ diventata, l’America, una terra inospitale, intollerante, pericolosa, più povera, zeppa di bugie, soffocata. Lana rimane stordita quando rientra a casa e, tenacemente aggrappata ai valori della sua fede, decide di lavorare in una missione cristiana cittadina che non ha nulla da invidiare, quanto a impegno, dedizione, difficoltà, a quelle del Terzo Mondo. In più, vorrebbe rivedere lo zio Paul, ma lui ha preso un’altra strada che lo porta a percorrere molte strade: inquieto veterano del Vietnam, si sente in guerra, vede ovunque nemici e terroristi, li insegue col suo furgoncino attrezzato per spiare e aggredire. Spiando, assiste all’assassinio di un arabo. Per motivi diversi, Lana e Paul cercano di capire il perché. Una difficile collaborazione li porterà a trovare le ragioni dell’odio e sarà per entrambi una svolta e un inizio. Wenders sembra tornare ai rigori sintetici di un tempo, all’impianto cameristico, all’inquieto errare per le strade del mondo, di un mondo che, si capisce, gli fa paura ma non gli cancella mai la speranza. E’ ottimista, inguaribilmente ottimista, e questo per alcuni è un vanto e per molti altri un handicap. “Meglio i dolori della pace che le agonie della guerra”, esclama la protagonista. Alzi la mano chi non fosse d’accordo. Alzi la mano chi obbietta che La terra dell’abbondanza (The Land of Plenty è una famosa canzone di Leonard Cohen, utilizzata nel film insieme ad altre musiche come sempre riconoscibili e studiatissime in Wenders) non sia un film sincero e maturo. Altezzoso? Forse, ma da parte di chi sa perfettamente di essere nel giusto e di avere gli strumenti per raccontarlo.

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