La paranza dei bambini

Dopo Fiore, Claudio Giovannesi firma un altro bel film sull’adolescenza negata. Dal romanzo di Saviano, fuggendo la facile spettacolarizzazione, in concorso a Berlino 69

12 Febbraio 2019
4/5
La paranza dei bambini

In Italia, oggi come oggi, sono pochi i registi capaci di girare ad altezza adolescente come Claudio Giovannesi. Dopo Fiore, presentato alla Quinzaine di Cannes nel 2016, porta in concorso al Festival di Berlino (unico titolo nostrano in corsa per l’Orso d’Oro, da domani in sala) La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano (Feltrinelli Editore), che qui firma la sceneggiatura insieme a Maurizio Braucci e allo stesso regista.

Dal carcere giovanile del film precedente, ambientato a Roma, ci spostiamo nei quartieri di Napoli. Sei quindicenni – Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò – vogliono fare soldi, comprare vestiti firmati e motorini nuovi. Giocano con le armi e corrono in scooter alla conquista del potere nel Rione Sanità. Sono come fratelli, non temono la galera né la morte, e sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito.

Il più determinato è Nicola (Francesco Di Napoli), che dapprima inizia a “faticare” (spaccio) per il boss Sarnataro (Aniello Arena) e poi, in pieno vuoto di potere, si allea con gli eredi emarginati di un capo ormai deceduto.

L’illusione che lo muove è quella di portare giustizia nel quartiere, inseguendo il bene attraverso il male. Ma è una vita in guerra, che pur nell’incoscienza di quell’età, lo costringerà a sacrificare gli affetti più cari, tanto le amicizie quanto l’amore.

Francesco Di Napoli e Viviana Aprea

Fuggendo qualsiasi spettacolarizzazione e allontanandosi dai parametri estetico-narrativi di confezioni stile Gomorra (la serie), Giovannesi – supportato e non poco anche dall’ottimo lavoro alle luci di Daniele Ciprì – sembra piuttosto orientarsi verso la tensione più trattenuta e non per questo meno avvincente del Gomorra realizzato da Garrone nel 2008.

Se lì il punto di vista si disperdeva, però, qui viene catalizzato nella figura di Nicola, antieroe con cui è facile empatizzare nei momenti di normalità (il rapporto con la mamma, con il fratello minore, con la ragazzina di cui s’invaghisce, interpretata da Viviana Aprea) e verso il quale è altrettanto facile dissociarsi negli altri casi (mosso da quell’inevitabile sete di potere che lo condurrà anche al primo omicidio, salvo poi ritrovarsi a piangere davanti uno specchio un attimo dopo).

Ecco, La paranza dei bambini è un film che in maniera molto intelligente riesce a smarcarsi dalla facile pornografia del camorra-movie per intraprendere un percorso indirizzato verso le profondità della fruizione, all’origine della perdita dell’innocenza: non c’è nessun miraggio di una vita “migliore” (se non una fugace e vagheggiata idea di trasferta spensierata al sole gioioso della salentina Gallipoli), né tantomeno alcun suggerimento su come potersi affrancare da quel tipo di esistenza, non c’è la tagliola di uno sguardo esterno giudicante, né personaggi vagamente “moralizzatori”.

Claudio Giovannesi sul set de La paranza dei bambini ©Angelo Turetta

Il perché dei quindicenni (straordinario il lavoro sul casting) si ritrovino a vivere un qui e ora di questo tipo non c’è bisogno di “spiegarlo”, di mostrarne le cause pregresse o gli sviluppi futuri: è tutto drammaticamente scritto nella realtà di un film che non ha alcuna intenzione, né necessità, di andare a ritoccare con chissà quale pirotecnico artificio i tanti, troppi spunti che arrivano dalle cronache quotidiane: a Giovannesi, a noi, interessa piuttosto intuire, percepire, introiettare quell’ineludibile ombrosità che aleggia sul viso di un adolescente, Nicola, primus inter pares scelto per restituire quella terribile dualità che solamente un’innocenza tradita (dal contesto, dagli eventi, dalla vita) può incarnare.

E che resta, sottotraccia, ben impressa nell’animo dello spettatore anche parecchio tempo dopo l’ultimo frame del film. Senza scampo.

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