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La festa è finita
Il titolo originale, Classe moyenne, inquadra un contesto: la classe media francese, spettro così ampio da accogliere quel ceto intermedio tra chi sta bene ma non è abbastanza benestante e chi sta male ma non così male da essere povero. Quello italiano, invece, punta al tema: La festa è finita, un modo di dire – anche nella lingua francese: “la fête est finie” – che suona come un grido di battaglia, uno slogan contro il sistema. Che, nel film di Antony Cordier, è incarnato dai proprietari di una lussuosa villa nel sud della Francia, che per le vacanze estive ospitano il giovane avvocato di origini nordafricane, fidanzato con la loro rampolla.
Mentre l’estate divampa, le cose precipitano: la coppia di domestici entra in conflitto con i padroni, rivendicando anni e anni di lavoro nero e umiliazioni (il film si apre con il custode completamente ricoperto di escrementi dopo aver tentato di riparare una tubatura). Il ragazzo capisce di essere nella posizione pericolosamente privilegiata di poter mediare tra le parti, nella speranza di poter impressionare il futuro suocero (nonché potenziale principale).
È sempre il momento per una commedia sulla lotta di classe, figuriamoci in un momento storico come questo dominato da disuguaglianze economiche e divari sociali sempre più inaccettabili. E, insomma, il grande avvenire alle nostre spalle ci ricorda quanto il cinema – per di più popolare o comunque “di consumo” – abbia saputo rappresentare i conflitti in chiave umoristica, senza rinunciare alla satira o al grottesco. La commedia all’italiana è sempre un gran palinsesto, non solo nella sua fase gloriosa (la galleria di mostri di Dino Risi o i poveracci brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola) ma anche in quella crepuscolare, quando l’astensione dalla lotta ha determinato la fine dei grandi scontri collettivi ridotti a riflusso personale.


La festa è finita
Con un occhio a Claude Chabrol, Cordier soffre comunque di un’indecisione di fondo tra l’apologo allegorico e la farsa tragicomica, la satira sociale plein soleil e la deriva pulp di un balletto macabro. La violenza sociale viene messa in scena attraverso una coreografia priva della sua componente davvero traumatica o ingaggiante, semplificata se non proprio edulcorata nelle forme di una commedia che è la copia di mille riassunti, ben confezionata e retta da interpreti esperti che sanno come muoversi (Laurent Lafitte, Elodie Bouchez, Noée Abita nella squadra dei privilegiati; Laure Calamy, Ramzy Bedia e Mahia Zrouiki tra gli umiliati e offesi; Sami Outalbali in mezzo).
Che la chiave sia proprio nel titolo originale, in quella classe media che è l’orizzonte di riferimento – e probabilmente l’unico collocamento esistenziale e professionale – del protagonista? In medio stat virtus, la mediazione come sintomo di medietà, il farsi mediale per affrancarsi dalla mediocrità, il francese medio schiacciato dai ricchi senza coscienza e dai poveri in cerca di vendetta (e di appropriazione), uno “stare nel mezzo” in una polarizzazione che non è più ideologica ma fattuale. Non esattamente convincente, ma a La festa è finita – presentato alla Quinzaine des Cineastes a Cannes 2025 – va comunque il merito di approntare un tipo di commedia che vediamo sempre di meno, forse per quella pigrizia produttiva che tende a preferire un umorismo più innocuo.


