C’è sempre un coefficiente fantastico nei film di Anna Di Francisca, che debuttava al cinema proprio trent’anni fa con La bruttina stagionata, dal bestseller di Carmen Covito, una commedia bizzarra ai margini del realismo che quasi esondava nel comico puro (versante romantico o giù di lì) o addirittura nell’animazione. Basterebbero i titoli dei suoi (pochi) film di finzione per capirne l’approccio un po’ fiabesco, da Due uomini, quattro donne e una mucca depressa a quell’Evelyne tra le nuvole che l’ha riconsegnata al grande schermo dopo un decennio di assenza. I titoli sono importanti, come d’altronde si evince da questo La bolla delle acque matte, presentato Fuori Concorso al 44° Bellaria Film Festival, che proprio nella scelta delle parole rivela il gusto e la confidenza per storie eccentriche. E sicuramente decentrate.

A far da scenario – anzi: protagonista – è un piccolo isolato borgo perso tra le montagne dell’Umbria, ancora segnato da un terremoto che ne ha crepato non solo gli edifici ma soprattutto le anime. In questo senso è una storia davvero italiana, giacché il tessuto umano del nostro Paese è da sempre ferito dalle conseguenze degli eventi sismici sempre frequenti (ed è curioso che il cinema se ne sia occupato così poco: citiamo Domani, uno dei migliori film di Francesca Archibugi, e il collettivo Scossa di Ugo Gregoretti, Carlo Lizzani, Francesco Maselli e Nino Russo). Di Francisca (anche sceneggiatrice con Laura Fischetto) si concentra sulla rinascita come paura e desiderio, individuando gli ostacoli tanto nella burocrazia che mette i bastoni tra le ruote quanto nell’apparato umano talmente devastato da non riuscire a immaginare un futuro.

La bolla delle acque matte
La bolla delle acque matte

La bolla delle acque matte

L’occasione di ripartenza la trova il sindaco (raro ruolo da protagonista per Fausto Russo Alesi, che sfodera un notevole accento): un ristorante multietnico, che possa contaminare le ricette della tradizione locale con i nuovi sapori portati dagli immigrati senegalesi e pakistani ormai radicati (nonostante la fatica, alla fine pure la più irriducibile accetta il cumino, senza però cedere al coriandolo). Una giovane psicologa porta un po’ di scompiglio (è Jaele Fo, con quella tendenza al disordine tipico della stirpe di Dario e Franca), ma la ricomposizione è un progetto culturale prima che narrativo: più che un dazio all’ottimismo, è una questione che ha a che fare con l’affetto verso le battaglie di personaggi emblematici.

Film solidale più che solido, La bolla delle acque matte crede nella concretezza della terra più che nella vacuità del termine territorio (concetto esplorato ne Le città di pianura), nell’impresa eccezionale solo se collettiva (come diceva qualcuno, ci si salva e si va avanti se si agisce insieme”), nella resilienza come esperienza materiale e non per posizionamento modaiolo. Il messaggio, tuttavia, prevale sulla fattura: la commedia è un po’ fragile, il dramma resta talvolta sulla superficie epidermica, il versante fantastico interviene soprattutto nella seconda parte cercando un piccolo realismo magico montanaro, il ritmo non è proprio irresistibile. Ma l’onestà è indiscutibile (così come il budget modesto, circa un milione di euro).