John Carter

Da un classico della fantascienza di Burroughs, una copia sbiadita di Avatar. Stanton mira agli occhi ma manca il cuore

7 Marzo 2012
2/5
John Carter
John Carter

E’ quasi magia, John. Il che rende tutto molto opinabile. Nel “quasi” c’è una distanza trascurabile, una differenza da poco. Oppure un limite, l’incapacità di essere altro, oltre. John Carter può essere bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Dipende. Chi ha sete non ne ha mai abbastanza, chi non ne ha si accontenta.
Il progetto aveva un potenziale (all’origine un classico della fantascienza di Edgar Rice Burroughs), un budget (250 milioni di dollari, forse più), persino un regista: il premio Oscar Andrew Stanton (Wall-E), sulla carta perfetto per la costruzione di mondi altri e immaginifici. E ancora: una storia potenzialmente avvincente – del genere Braveheart alla campagna di Marte o del tipo Cowboys & Aliens – e un pubblico possibilmente disposto: inflazionata ma non ancora esaurita è la moda del fantasy 3D, CGI, Live Action, DOP (Di Origine Protetta, ovvero per tutti).
Il pastiche di epoche, stili e generi – dalla guerra civile americana passiamo alle guerre puniche combattute sul pianeta rosso con armi antiquate (pugni, mazze e fucili) e astronavi da Star Trek – va a braccetto con l’elasticità ideologica – c’è tutto e il contrario di tutto: antimperialismo e guerre giuste, ecologia e utopie tecno-scientifiche. Ma il modello è uno: Avatar. Un po’ Holmes, un po’ Bond (“Sono John. John Carter”, è la battuta con cui entra in scena) e un po’ Conan, l’ex capitano dell’esercito sudista John Carter (Taylor Kitsch, lo rivedremo presto in Battleship) è simile soprattutto all’ex marine Jack Sully del film di Cameron, un doppio “telegrafato” in un pianeta altro – qui Marte, là Pandora – mentre il suo originale resta dormiente in una cava/bara.
Sbarca su un pianeta sottomesso a una nazione bellicosa e ben equipaggiata (si chiama Zodanga ma si legge USA), che drena (risorse) e conquista (territori) con pari arroganza. Ne sarà il liberatore, dopo essersi legato – armi e cuore – alla principessa (Lynn Collins) di una tribù pacifica (proprio come Sully faceva con Neytiri dei Na’vi). Tanti indizi fanno una prova – c’è anche l’albero delle anime – ma le analogie non fanno un modello.
Hollywood continua a non capire che dietro le meraviglie visive di Avatar c’era un’idea classica di racconto, un’accurata caratterizzazione dei personaggi, una drammaturgia robusta, inattaccabile. Tutto ciò manca a John Carter. Stanton & co. sembrano preoccupati più di incantare il pubblico che di coinvolgerlo. Il film sa compiacere gli occhi (gli scenari sono suggestivi, le creature anfibie simpatiche, il 3D francamente inutile) ma non il cuore. La storia è monocorde, il ritmo latita, i personaggi sono deboli, la narrazione poco compatta.
Se sia stato John Carter a influenzare Avatar (il racconto di Burroughs risale ai primi anni del ‘900) o viceversa, è questione superflua. Cameron vince comunque.

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