Jackie

La solitudine nel dolore, la consegna alla Storia del mito JFK: nel frammento e nelle distorsioni (sonore, del ricordo), il capolavoro di Pablo Larraín

22 febbraio 2017
5/5
Jackie
Natalie Portman è Jackie

“Non ho mai voluto la celebrità. Sono solo diventata una Kennedy”.
Le distorsioni sonore degli archi feriti di Mica Levi provano ad insinuarsi sotto il velo funebre di una donna, tra le più in vista del pianeta in quel periodo, da pochissimo diventata vedova.
E’ Jacqueline Lee Bouvier Kennedy Onassis, detta semplicemente Jackie, il soggetto attraverso il quale, ancora una volta, il cinema di Pablo Larraín insegue i fatti della storia per tentare di rileggerli attraverso differenti prospettive, mostrando come sempre quanto la verità, soprattutto quella del potere, sia il più delle volte frutto di dinamiche molto complesse.

Ma all’indomani della morte di JFK, sulla cui figura e sulla cui fine è stato detto, scritto e raccontato (anche al cinema) di tutto, qualcuno si è mai chiesto che cosa furono quei giorni per Jackie, moglie e madre distrutta dal dolore, oltretutto costretta ad affrontare questioni come l’organizzazione del funerale e il trasloco dalla Casa Bianca? “Regina senza corona, che perse in un colpo solo marito e trono”, come la definisce lo stesso regista cileno, Jackie venne intervistata il 29 novembre 1963 (sette giorni dopo l’omicidio di Dallas) da Theodore H. White per Life: Larraín fa partire il film da lì, dall’incontro tra la sua Jackie (Natalie Portman, sensazionale, l’Oscar lo meriterebbe lei) e il giornalista (Billy Crudup) che portò in superficie la leggenda di “Camelot”, musical preferito di Kennedy e, da quel momento in poi, termine usato per riferirsi al periodo della sua presidenza, considerata come un’epoca idilliaca (la cui fine spesso venne paragonata alla caduta di Artù).

Ed è stato proprio grazie a Jackie, sembra volerci suggerire il film, che la Storia ha potuto comprendere chi fosse realmente “Jack”, un uomo “ordinario capace però di cambiare il corso degli eventi”. Ma è un percorso, quello di Larraín, che naturalmente (e per fortuna) si allontana dalle solite agiografie hollywoodiane, così rassicuranti e asettiche, prevedibili e denaturate nei loro bei barattolini di formaldeide.
Il regista di Tony Manero e Post Mortem, di No, El Club e Neruda, per la prima volta alle prese con un progetto non ambientato in Cile, vuole invece far emergere il caos, soprattutto emotivo, ricostruendo – letteralmente, visto che non viene utilizzata neanche un’immagine di repertorio (anche laddove la grana sfibrata potrebbe far pensare il contrario), ad eccezione di fugaci notiziari televisivi sullo sfondo – quei giorni di tormento e sgomento, di tensioni politiche (con l’investitura lampo di Lindon Johnson a nuovo Presidente USA sull’aereo che avrebbe riportato Jackie da Dallas a Washington) e familiari, con Bobby Kennedy (Peter Sarsgaard) fratello, cognato, zio lacerato dalla perdita, umana e al tempo stesso simbolica: “Passo di fronte alla stanza di Lincoln e sento il peso della storia, quello che quest’uomo è riuscito a fare per l’umanità. E invece la nostra tradizione finisce qui, ancor prima di iniziare”.
Anche per questo, allora, contro i suggerimenti dell’intelligence e di chiunque avesse intorno, Jackie non si arrese all’idea di poter marciare al fianco del carro funebre del marito, consegnando agli sguardi del mondo intero la memoria di una figura politica poi passata alla storia.

Le distorsioni (non solo sonore) continuano così ad alternarsi nel susseguirsi di momenti che ci riportano ad una Jackie più “costruita”, nel chiuso di un bianco e nero difettato, intenta a mostrare ai telespettatori i cambiamenti apportati all’interno della Casa Bianca, in termini di mobilio e arredamento, in un anno di soggiorno (il celebre tour trasmesso dalla CBS nel febbraio del ’62). Per poi mostrarcela sconvolta, nel suo tailleur rosa chiaro sporco di sangue, alle prese con la svestizione da un abito che, però, non potrà levare mai più. Un frammento indelebile, anche nel nostro immaginario, con cui Larraín cerca di riassemblare un puzzle inevitabilmente lontano dall’ordinario, a sua volta composto da ulteriori frammenti di memoria, pezzetti di apparizioni fugaci e discontinue, che fanno di Jackie “la donna famosa più sconosciuta dell’era moderna”. E l’unico modo possibile per “raccontarla”, anche attraverso la cifra emotiva di una solitudine nel dolore che solamente il potere è capace di generare, era con un film di questo tipo.

The rain may never fall till after sundown.
By eight, the morning fog must disappear.
In short, there’s simply not
A more congenial spot
For happily-ever-aftering than here
In Camelot.

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1 Comment on "Jackie"

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Fede
Ospite

Uno dei più bei biophic di sempre secondo me, per fare un esempio lo ritengo superiore di chilometri al soporifero Lincoln di spielberg..inspiegabile la mancata nomination come miglior film, forse ha pesato il fatto che la figura di Kennedy non ne esce proprio benissimo

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