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Jeff Buckley
Ci sono cantanti che diventano mito da subito. Bello e dannato è l’archetipo della rockstar, e in tanti hanno smesso di cantare troppo presto. Tra questi di sicuro c’è Jeff Buckley, morto a trent’anni nelle acque del Wolf River. Ha firmato solo un album: Grace (eccezionale, adesso torna disponibile anche la versione deluxe del celebre Live at Sin- è), e in tanti si domandano dove sarebbe potuto arrivare. La leggenda ama il cinema, e il sentimento è ricambiato. Il 16, 17 e 18 marzo sarà nelle sale It’s Never Over, Jeff Buckley, dopo la presentazione al Sundance e alla Festa del Cinema di Roma.
Dietro la macchina da presa c’è Amy Berg. Si muove su un terreno che padroneggia: quello in cui la biografia diventa indagine e la fragilità umana si fa materia narrativa. È un percorso che la regista aveva già intrapreso, da Deliver Us from Evil a West of Memphis, quando il suo sguardo si era fatto più investigativo, morale. Eppure, come accadeva in Janis: Little Girl Blue, è la dimensione più romantica a imporsi, la volontà di restituire un ritratto che non si limiti ai fatti, ma che provi a cogliere ciò che vibra sotto la superficie.
È qui che si colloca il nuovo documentario dedicato a Jeff Buckley, il cantautore nato ad Anaheim capace di imprimere un segno indelebile nella musica contemporanea. Berg concentra lo sguardo sulle figure femminili che hanno attraversato la vita di Buckley (la madre Mary Guibert, Rebecca Moore, Joan Wasser) e costruisce un racconto intimista, che si focalizza sulla sensibilità della rockstar.
L’obiettivo è usare ogni immagine d’archivio, ogni frammento di testimonianza come a voler sospendere Buckley in un territorio intermedio, autentico, in cui a brillare è la fragilità. Viene valorizzata più l’eredità emotiva che musicale, attraverso materiali preziosi: registrazioni private, filmati inediti, messaggi vocali. A restare in secondo piano sono le canzoni, al di là dell’inevitabile riferimento a Grace. A pesare è anche l’assenza di Gary Lucas, collaboratore fondamentale della prima fase della carriera di Buckley.
It’s Never Over, Jeff Buckley definisce con chiarezza la cifra di Berg: sempre più orientata verso la dimensione empatica della memoria, verso la possibilità di dare voce e nuova vita a un artista che, come suggerisce il titolo, non smette davvero mai di risuonare. Un omaggio accorato, che indaga l’uomo prima del microfono.
