Il bello dei film fatti con quattro soldi è che, male che vada, nessuno pretenderà troppo e ogni cosa che viene è comunque un guadagno. It Ends fa anche di più. Non nasconde la sua genitura in economia ma sa sfruttare al massimo il potenziale metaforico di un intreccio elementare, facendo esplodere sottotesti, riflessioni, frattaglie culturali.

Quattro ragazzi hanno appena finito il college e si preparano al trasloco nella vita adulta. Si mettono in macchina e intraprendono un viaggio ben oltre il termine della notte. Là dove, banalmente, un termine non c'è. Fine della storia, in tutti i sensi.

Classificato come horror, il film evita jumpscare e lavora su paure più profonde e contemporanee, come quella di un'esistenza che gira a vuoto, consumandosi in un movimento senza progresso. Intercetta lo zeitgeist di una postmodernità estenuata (stanca, direbbe Byung-Chul Han), di una società capitalista incapace di immaginare un fuori dal proprio meccanismo (qualcuno qui ha letto Mark Fisher). Ma soprattutto senza telos, senza scopo, senza direzione. Orrendamente assurda. Beckett, chi altri?, per l'attesa di qualcosa che non arriva e per la consunzione dell'attesa stessa. Aspettando Godot, o la svolta decisiva, il tempo si limita a trascorrere, mentre i personaggi continuano a parlare e a inventarsi occupazioni pur di non prendere atto della propria immobilità. L'azione sopravvive alla ragione dell'agire. 

Il film abbraccia questa dimensione esistenziale, quasi metafisica, per necessità (economica) e per ambizione. La natura stessa del suo dispositivo lo porta lì. L'automobile è uno spazio chiuso, in continuo movimento eppure immobile. Progressivamente anche le interazioni tra i personaggi sembrano adeguarsi al suo funzionamento: i dialoghi si svuotano, i gesti si ripetono, i comportamenti si meccanizzano. 

La regia di Alexander Ullom, un esordiente da tenere d'occhio, si esibisce in piccoli decisivi accorgimenti formali: la luce naturale, la prossimità della macchina da presa ai volti, la ristrettezza delle inquadrature, un utilizzo del sonoro che dilata lo spazio oltre i confini dell'abitacolo. Le urla che arrivano dall'esterno, i rumori, le presenze che si avvicinano minacciose costituiscono quasi l'unica concessione ai topoi dell'horror. Ma si capisce che a Ullom questa pista interessa relativamente poco. La sua economia dell'orrore è fondata sulla sottrazione, nella quale il fuori campo diventa un grande punto di domanda: c'è davvero qualcosa là fuori?

Naturalmente i limiti si vedono. A partire dalle interpretazioni dei quattro giovani attori, sprovvisti di quelle sfumature emotive che un horror così chiuso, così dipendente dalle minime variazioni di registro, avrebbe richiesto. Così la ripetizione, da principio espressivo, finisce per somigliare a una riproposizione delle stesse situazioni.

L'orrore non riguarda tanto l'impossibilità di fuggire, quanto di arrivare a una fine. L'inferno non è una destinazione, ma un punto nello spazio dal quale non si finisce da nessuna parte.

Viene in mente L'angelo sterminatore di Buñuel, con i suoi borghesi inspiegabilmente incapaci di abbandonare una stanza dopo una cena. L'immobilità che diventa luogo in cui si disgregano le convenzioni sociali, le gerarchie, la stessa idea di civiltà. In Ullom manca una simile tensione. I ragazzi di It Ends sono giovani che non riescono a diventare adulti al limite. Ma c'è qualcosa, in questa strada interminabile, che richiama un altro incubo dell'immaginario contemporaneo: le backrooms, quegli spazi anonimi, replicabili all'infinito, che sembrano promettere sempre un'altra stanza, un'altra possibilità di uscita. Promessa ingannevole. L'immaginario tardocapitalista continua a produrre spazi senza produrre libertà, moltiplicando le possibilità di movimento senza offrire una vera via di fuga. È la società dell'illusione dello spazio: più si espande, più ci imprigiona. 

Quell’auto potrebbe essere benissimo la nostra. Basterebbe sostituirla con uno schermo, con la rete, con uno dei tanti dispositivi attraverso i quali ci illudiamo di navigare, muoverci, connetterci. Una mobilità incessante che dà la sensazione di essere sempre in viaggio e di aver perso, nel frattempo, la destinazione.

Basta il pensiero? Non proprio. Il genere vuole il brivido, una scomodità diversa dall’iterazione punitiva (per quanto la si passi per perfidia calcolata: costringere lo spettatore a condividere l'esperienza dei protagonisti, imprigionandolo nella stessa ripetitività).

It Ends, per concludere, funziona più come oggetto teorico che come horror. Fa pensare molto, inquieta molto meno. Ideale come occasione di uno svago peripatetico. Davanti a un secchio di popcorn, rischia invece di trasformare un sabato sera qualunque in un improvvido affare speculativo.