#IoSonoQui

Perdersi per ritrovarsi: ma dove? Dal regista di La famiglia Bélier, una romcom internazionale nella confezione ma impersonale negli esiti

11 Ottobre 2021
2/5
#IoSonoQui
Photos – Benoît Fatou – Photos Jino Park © 2019 RECTANGLE PRODUCTIONS – GAUMONT – FRANCE 2 CINEMA – BELGA PRODUCTIONS – KEYSTONE FILMS

Cinque anni dopo il successo popolare di La famiglia Bélier, Eric Lartigau rilancia con #IoSonoQui (2019, da noi solo ora grazie alla distribuzione di Officine UBU), ambiziosa commedia che tuttavia non ha incontrato le attenzioni del pubblico in patria. Eppure, sulla carta, l’operazione era architettata assai abilmente: prendere un personaggio nel mezzo del cammin (Alain Chabat, classe 1958), raccontare gli effetti dei social sulla sua vita, portarlo in trasferta all’estero per offrirgli nuove prospettive.

Un canovaccio che, al di là delle contingenze del contemporaneo, funziona da decenni e che però qui sembra avere il fiato corto, appoggiandosi su un facile repertorio retorico di metafore che, a colpi di siparietti non sempre ben amalgamati, conduce il film verso una pigra benché rassicurante conclusione. Chabat è Stéphane, chef che ha ereditato dal padre uno splendido e rinomato ristorante nel sud-ovest della Francia, circondato dall’affetto dei figli e dal supporto della ex-moglie e che però si sente vivo solo chattando con Soo (Doona Bae, vista in Sense8), una giovane donna coreana conosciuta su Instagram.

La relazione si edifica sulla corrispondenza epistolare (cambia il formato ma non la sostanza, con i messaggi che compaiono sullo schermo: espediente comprensibile ma di un’ovvietà clamorosa), con chiacchiere virtuali sui ciliegi in fiore e quadri in vendita, e lo chef allora ha il colpo di testa di partire da un giorno all’altro alla volta di Seoul con l’obiettivo di incontrare la sua amata amica di penna. Che succede quando, arrivato in Corea, Stéhane non trova Soo, mica tanto contenta di vedere quel francese in carne e ossa?

Sul piano delle suggestioni c’è un’ipotetica espansione del concept di quel piccolo capolavoro sulle relazioni per lettere che è 84 Charing Cross Road, mentre nelle intenzioni il sentore di Lost in Translation si percepisce largamente soprattutto come referenza per il mercato internazionale, ma nei fatti siamo più nei pressi di quei film di viaggio degli anni Sessanta diretti da Gian Luigi Polidoro con maschi di mezza età alla ricerca di nuove avventure (Il diavolo, Una moglie americana, Una moglie giapponese?).

Photos – Benoît Fatou – Photos Jino Park © 2019 RECTANGLE PRODUCTIONS – GAUMONT – FRANCE 2 CINEMA – BELGA PRODUCTIONS – KEYSTONE FILMS

Con la differenza che Stéphane è davvero uomo del suo tempo, che si sforza di essere smart nonostante l’anagrafe, non si lascia travolgere dalla facile nostalgia dei bei tempi andati e investe su un futuro meno abitudinario mettendo in campo l’importanza del dubbio rispetto alla certezza dell’ovvio, il bisogno dell’appagamento completo attraverso la necessità di scoprire altri orizzonti.

La chiave è verso il finale, quando Stéphane fa un’autocritica che tutto sommato mal cela una certa autostima: “Sono un eterno immaturo. Ma sui social uno può mostrare ciò che vuole, basta capire il meccanismo” dice ai figli, invitandoli a seguire il monito di Steve Jobs, quel “Siate folli, siate affamati” ormai ridotto a frase da condividere – appunto – sui social fuori contesto e senza riflessione. Il tema intriga e con queste premesse Lartigau compone una romcom internazionale nella confezione ma anche impersonale, delicata fino a essere impalpabile, senza l’audacia di costeggiare con più forza il versante malinconico della storia di un uomo che non è stanco di cercare il proprio posto nel mondo.

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