È il titolo originale a dirci qualcosa in più di quello italiano (che, come se non bastasse, adotta come sottotitolo quello internazionale): Il sentiero dei fantasmi – Ghost Trail (così lo trovate su RaiPlay) ovvero Les Fantômes, titolo che convoca la quintessenza del cinema che è sempre una questione di spettri. Ma qui la faccenda è più prosaica, giacché nell’opera prima di Jonathan Millet (già alla Semaine de la Critique a Cannes 2024) i fantasmi sono gli invisibili, presenze che si muovono nell’ombra, nel crinale tra la clandestinità e la copertura. Come Hamid, un professore di poesia che lascia la natia Siria per unirsi a un’organizzazione segreta che ha l’obiettivo di stanare i criminali di guerra siriani che si sono nascosti in Europa. In particolare, Hamid punta al suo torturatore, di cui conosce la voce e non il volto.

Il movimento interiore è dato dalla caccia, dal desiderio di una giustizia collettiva piuttosto che dall’esigenza di una vendetta personale, ma si tratta evidentemente anche di un viaggio: quello di uno straniero che non solo si trova in un luogo altro, ma anche di un uomo che deve negoziare la propria identità umana, professionale ed emotiva per portare a termine una missione che riguarda qualcosa di più ampio e importante del pur legittimo regolamento dei conti. Ricorrendo alle consuetudini del film di spionaggio, Millet lavora sul contrasto estetico ancorché etico (fotografia di Olivier Boonjing) su quel che vediamo in superficie e su ciò che resta nascosto in piena vista, sulle cose che avvengono alla luce del sole senza che il mondo si renda conto che sia un’azione speciale.

Sentiero fantasma più che Il sentiero dei fantasmi, ma conviene sempre tornare all’originale: i fantasmi sono ovunque, sono gli esuli tra informatrici che agiscono come fossero i servizi deviati del bene e i colpevoli che godono della complicità di un occidente sempre pronto a occultare ciò che potrebbe turbare l’ordine della diplomazia lontana dalla realtà dei fatti. D’altronde la cronaca è un palinsesto, come sa bene Millet che per il suo esordio si è ispirato a una storia vera e alle testimonianze di chi con il favore delle tenebre ha dato la caccia ai criminali di guerra siriani (la sceneggiatura l’ha scritta con Florence Rochat).

Nato come documentario, Il sentiero dei fantasmi è implacabile e misurato, abbraccia un biennio e due continenti (si parte nel 2014, con i soldati che abbandonano nel deserto Hadim e altri prigionieri, pieni di lividi e ferite per le torture, al 2016, con il protagonista a Strasburgo già impegnato nella caccia) e trova una sua identità nel genere, nello spettro di un thriller che comprende la paranoia con tensione politica e l’inseguimento senza concessioni spettacolari. Che Millet, incalzato dalle sonorità elettroniche di Yuksek, mantiene così calibrato e controllato (a volte troppo) per non perdere mai di vista il suo protagonista, il magnetico e dolente Adam Bessa con cui mantiene un corpo a corpo protettivo, e per accentuare l’irruzione in scena di Tawfeek Barhom, una presenza placidamente terrificante.