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Il protagonista
La vita avrà pure delle istruzioni per l’uso ma come mai potra abitarla un attore? “Ma che cos’è, poi, un attore?” si chiede nel finale il protagonista, come da titolo, per l’appunto, dell’opera prima di Fabrizio Benvenuto. Tenetelo presente, verrebbe da dire parafrasando un altro esordio che interrogava la vergogna dello stare al mondo dentro o attraverso il ritratto dell’artista da giovane. Perché l’ombelico è la superficie ma non l’orizzonte, il punto d’osservazione ma non il canale per andare profondità. Piuttosto un accesso per inabissarsi nell’inquietudine, nello smarrimento dell’identità, nello spaesamento di chi non troverà mai un posto sicuro.
Pierluigi Gigante è uno dei grandi attori della sua generazione e ha il corpo e l’anima, lo sguardo e il sorriso, l’impaccio e l’intralcio per abitare la vita anzi le vite di Giancarlo Mangiapane, che – specchio e riflesso – sogna di diventare un grande attore nonostante il mondo se ne freghi di lui. Cerca ruoli, accumula provini e finisce per diventare l’interprete di se stesso, una recita permanente in cui il mondo o quel che resta diventa il set di una performance in bilico tra il narcisismo e l’alienazione, lo straniamento e lo sperpero, il dolore e il folklore.


Il protagonista
A forza di tenerlo presente (il suo agente, Adriano Giannini, appare solo nello schermo dello smartphone), Mangiapane incontra la grande occasione – che già sappiamo sarà mancata – con il biopic di un campione di tip-tap degli anni Cinquanta, diventato clochard (da cui il titolo del progetto) quando le luci si sono spente e le dipendenze l’hanno travolto. Un gran personaggio, tant’è che per quel ruolo si sta preparando anche il suo coinquilino anch’egli aspirante attore (divertente la scelta del bravo Alessio Lapice, anche perché già affermato soprattutto nel panorama della serialità generalista). Ennesimo ostacolo, professionale e affettivo, nell’odissea di un disperato al bivio tra la trappola dell’immedesimazione e il precipizio della smaterializzazione: per essere attore è indispensabile coltivare l’ossessione di diventare qualcun altro?
Presentato in concorso al Torino Film Festival, costato meno di mezzo milione di euro, girato a Roma (centro soprattutto, ad accentuare il discorso sul disagio del disorientamento) nel bianco e nero quasi metafisico di Sebastian Bonolis, Il protagonista gioca con le maschere e i volti, ricorre alle forme dell’ironia senza evitare la deriva surreale, sceglie la commedia come chiave d’accesso alla realtà e strumento per inceppare la comodità del realismo. E corre il rischio di inquadrare i margini di un sistema senza il bisogno di denunciarlo o condannarlo: il focus, come da titolo, è nel protagonista, nel ritratto cubista di chi è troppo vecchio per essere ragazzo e troppo giovane per essere adulto, troppo fuori dal mondo per poterci entrare e troppo dentro se stesso per poter uscire davvero. Un esordio che ispira simpatia, intesa come sympatheia ovvero una conoscenza più intuitiva che razionale, la capacità di essere coinvolti nella sofferenza altrui senza sentirsene esclusi.
