Il cinema di Eli Roth è un gioco. Come tutti i giochi, è anche una cosa seria. La sua natura ludica si è affermata nel corso del tempo, strettamente collegata al carattere stesso di Roth: prima di tutto amante dell’horror, un fan passato dietro alla macchina da presa i cui film sono un continuo omaggio all’oggetto d’amore, una perenne riscrittura. Basti pensare che il risultato migliore resta la serie Eli Roth’s History of Horror, due stagioni col regista che racconta la storia del genere dialogando coi suoi maggiori esponenti, attraverso un linguaggio chiaro e accessibile a tutti e una perizia scientifica nell’analizzare gli archetipi dell’orrore (mostri, fantasmi, streghe, vampiri, body horror e così via).

Già questo dice tutto sull’approccio di Roth, che opera nel genere sotto copertura, gira con la mano del nerd che si è seduto al tavolo dei grandi. Certo, i due Hostel rimangono piccoli cult nel sottogenere del torture, ma The Green Inferno è la versione horror comedy di Cannibal Holocaust, il suo Giustiziere della notte si commenta da sé, e cosa dire dello slasher Thanksgiving con una donna cotta e servita a tavola come il tacchino del Ringraziamento?

Tra le altre cose, infatti, Eli Roth è un amante dello splatter e del gore, di cui ha capito il senso e la possibile funzione contemporanea, visto che lo coltiva con un’ironia tale da disinnescarlo. Il sangue finto lava il sangue vero, sprigionando così un semplice “piacere della visione” e un certo divertimento. Roth sta al polo opposto dell’elevated horror di Robert Eggers, vuole solo esagerare e intrattenere coi pop-corn in mano. Questa la chiave giusta per entrare in Ice Cream Man, l’ultimo film travolto dalle polemiche negli USA e dal 29 ottobre nelle sale italiane.

Premessa: non è il remake del film omonimo di Paul Norman del 1995, un B-movie uscito da noi come I gusti del terrore e gustosamente trasmesso nelle notti horror sui canali Mediaset. Lì c’era un gelataio assassino che usava i clienti per comporre i gusti, qui è una sorta di pifferaio magico: il tipo col sorriso di plastica di Ari Millen arriva in città con furgoncino e musica ipnotica, dispensa gelati ai bambini e chi li mangia impazzisce.

La premessa è auto-evidente e risveglia i “bambini cattivi” che infestano il genere: i piccoli sono tranquilli, all’inizio, ma basta una leccata per innescare la follia che è dentro di loro, latente e pronta ad esplodere. Il gelato insieme a un cartone animato vecchio stile agiscono sul cervello e accendono la miccia.

Non c’è sociologia né riflessione sullo statuto dell’infanzia nello sguardo di Roth, c’è solo una premessa per scatenare ciò che avviene dopo; nella cittadina cominciano i fatti di sangue, e sta qui – solo qui – l’interesse del regista. Innescato il congegno scoppia ciò che ha Roth ha definito “kid-pocalypse”, l’apocalisse dei bambini: quarantacinque minuti di slasher puro in cui accade di tutto. Genitori uccisi e decapitati nel sonno, la scuola teatro del massacro, corpi smembrati e arti che volano, docenti colpiti da bambini festanti (il prof più grottesco è Ken Hall, l’Herb di The Umbrella Academy), lo stesso Roth nel ruolo di un padre finisce male… Può valere, a titolo di esempio, la donna con la testa nella boccia del pesce rosso per suggerire l’ironia indiavolata del regista.

Ovviamente c’è un gruppo di giovanissimi immuni dall’incanto maligno che prova a salvarsi. Tra dinamica della morte e citazioni, tra cui una di Hannibal, il film solletica gli appassionati senza pensieri; poi cala decisamente nella seconda parte, quando emerge la vera essenza del gelataio diabolico e la rivelazione è banale, come sempre la spiegazione depotenzia il meccanismo. Comunque il fan-regista Roth ha già portato a casa la partita, facendo esattamente ciò che voleva. Gustoso anche l’intervento di Snoop Dogg in colonna sonora. Chi preferisce il tema importante e l’horror elevato può rivolgersi ad altri film e registi. La critica americana l’ha distrutto, il pubblico ha mediamente gradito: qualcuno sale ancora sulla giostra.

Nota a margine: la polemica riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale generativa, che Roth ha impiegato per realizzare il cartoon che innesca la pazzia. Tutto vero, ma è altrettanto vero che c’è un vasto uso del trucco prostetico, ossia una parte degli effetti non è digitale e quindi fa lavorare quelli che si chiamavano “artigiani”. Così l’utilizzo dell’AI non appare divorante, è un po’ come la corrente elettrica: meglio accendere la luce che usare le candele.