Partiamo dalla cosa migliore: il titolo. Hokum è un termine dell'inglese colloquiale che significa fandonia. Come disclaimer, è piuttosto azzeccato. Più facile, però, che McCarthy alludesse alla zona grigia tra il fattuale e il superstizioso, che domina, o vorrebbe dominare, la realtà narrativa ed epistemologica del film.

A partire dal protagonista. Uno scrittore che non riesce a chiudere il nuovo romanzo con il finale disperato che ha in mente, e che decide allora di sciogliere prima i non detti della propria vita. Su tutti, lo spettro della madre, morta in circostanze tragiche quando lui era bambino. Per disperderne le ceneri raggiunge lo sperduto albergo irlandese dove i genitori avevano trascorso la luna di miele.

E che l'hotel, con le sue chincaglierie e i legni laccati dei tipici alberghi cigolanti di fine Ottocento, somigli senza ambiguità a una horror house da luna park, poco importa. In fondo proprio lo spazio che McCarthy immagina, costruisce e maneggia, come in Oddity (là era una casa), è la cosa che lo diverte di più, e che somiglia al meccanismo a orologeria che deve sbloccare: passaggi segreti, botole, stanze nascoste, una chiara allegoria dell'anima di Ohm (nome omofono del tanto inseguito mantra orientale, guarda un po’). Il che dice molto del suo approccio metalinguistico e scopertamente ludico.

Hokum (2026)
Hokum (2026)

Hokum (2026)

Il problema è che se in Oddity ci divertivamo tutti, qui sembra divertirsi soprattutto lui. A forza di incasinare la narrazione con una strega-fantasma, un praticante di magia nera evocato dal folklore, un trauma infantile che si manifesta in allucinazioni terrificanti, un colpevole umano in carne e ossa e una cornice allegorica sul conquistador, l'effetto, oltre che ridondante, è caotico e respingente. Non si capisce in effetti dove voglia andare a parare, e che film sia Hokum. E non è detto che sia segno di originalità.

Pur riconoscendone il gusto della messa in scena e il sapiente uso delle luci, la sceneggiatura si perde tra false piste, folklore, gotico, psicanalisi. Il tentativo di legare il meccanismo whodunit della prima parte con l'apparato spettrale della seconda, sospeso, dicevamo, tra il fattuale e il superstizioso, tra il naturale e il soprannaturale, resta impilato sulla carta, anziché entrare nell'anima e nelle viscere dello spettatore. Hokum finisce così per rimarcare la sottile differenza tra fiction, l'invenzione, e fictitious, il falso. E anziché restare al riparo nella prima, scivola malamente nel secondo.

Hokum (2026)
Hokum (2026)

Hokum (2026)

Anche la cornice del blocco dello scrittore, in questo caso, è rivelatrice. Un orpello di cui si intuisce il senso ma non la necessità. E anche la figura della strega, su cui il film costruisce la scena di maggiore suspense, resta irrisolta. Chi sia, da dove venga, perché abiti proprio la suite nuziale dell'albergo, non è dato sapere.

I personaggi, antipatici a partire dal protagonista (Scott incarna un algidissimo misantropo), non aiutano, al punto che non siamo sicuri di aver mai davvero tifato per la sua sopravvivenza nel corso della visione. E quando non sono respingenti per forza di cose, restano appena abbozzati. Quanto all'elemento scoperto del trauma, il dispositivo clinico su cui il film si regge, non aggiunge nulla al racconto se non renderlo prevedibile.

L'impressione, insomma, è che McCarthy sappia girare e confezionare film eleganti, ma non necessariamente degli horror. Hokum è un film ben fatto che non sa che cosa vuole essere. Resta indeterminato tra storia di fantasmi, giallo e racconto di redenzione. Tra l'ordine naturale delle cose e quello soprannaturale. Tra logica e caos. Un'indecisione che non lo rende ambiguo, ma solo, appunto, indeciso. Un hokum. In Italia diremmo una supercazzola.