Helmut Newton – The Bad and the Beautiful

Come costruire l’immagine del desiderio? Ritratto del grande fotografo, attraverso le testimonianze delle sue donne. Fuori Concorso al 38° Torino Film Festival

25 Novembre 2020
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Helmut Newton – The Bad and the Beautiful
Helmut at home, Monte Carlo, 1987 (c) Foto Alice Springs, Helmut Newton Estate Courtesy Helmut Newton Foundation

“Non mi interessa che non piace fintantoché piace a me”. Sta tutta qui, forse, la filosofia di Helmut Newton, controverso maestro della fotografia la cui vita tra pubblico e privato è rievocata in The Bad and the Beutiful, vivace documentario di Gero von Boehm (presentato Fuori Concorso al 38° Torino Film Festival) che ha la curiosa caratteristica di raccontare un maschio attraverso un parterre composto esclusivamente da donne.

Non poteva essere altrimenti, d’altronde, dato che Newton è diventato famoso in tutto il mondo grazie a uno sguardo unico sull’universo femminile, così dirompente da garantirgli per quasi mezzo secolo un posto d’onore sulle principali riviste internazionali. E sono proprio quelle donne, fotografate per i vari Vogue, Playboy, Elle, Harper’s Bazar e così via, a ricordare non tanto il magistero di un artista celebre e celebrato (per quello ci sono i critici), quanto proprio la sua capacità di intercettare qualcosa di profondo, schierandosi contro coloro che ritengono l’occhio di Newton responsabile di un’eccessiva sessualizzazione del corpo femminile.

A partire da una domanda “morale” (trattava le donne in quanto soggetti o le trattava come oggetti sessuali?), Helmut Newton – The Bad and the Beautiful sviluppa un discorso che intreccia l’avventura della creazione con la costruzione dell’immagine del desiderio catturata attraverso quello che il fotografo chiamava il “mistero del diaframma”: come fa un obiettivo, in quei pochi istanti, a catturare l’anima oltre il corpo?

Arena, Miami, 1978 (c) Foto Helmut Newton, Helmut Newton Estate Courtesy Helmut Newton Foundation

Più che seguire un andamento cronologico, il film trova il suo ritmo nell’alternanza tra i filmati di repertorio (backstage sui set dei servizi fotografici, dichiarazioni sparse di Newton, ma anche un pezzo televisivo con Susan Sontag) e le interviste alle “donne della sua vita”, tra muse, collaboratrici, amiche, amanti. Ne sono tantissime, tutte contente di ricordare: Grace Jones, Charlotte Rampling, Isabella Rossellini, Anna Wintour, Claudia Schiffer, Marianne Faithfull, Hanna Schygulla, Nadja Auermann fino a Newton June, la moglie attrice che diventò fotografa con lo pseudonimo Alice Springs.

Realizzato in occasione del centenario di Newton, è un omaggio che si diverte a riflettere sull’eredità di un artista provocatorio e ribelle, ma non dimentica di tornare alle origini: il tedesco Helmut Neustädter, figlio di un’agiata famiglia ebrea costretta alla fuga dopo le leggi razziali, crebbe sotto l’ala di Yva, pioniera della fotografia che fu uccisa in un campo di sterminio. In fuga anche lui dal nazismo, Newton approdò prima a Singapore, dunque internato dai britannici, poi espulso in Australia e portato in campo di concentramento, quindi arruolato nell’esercito e infine ribattezzatosi Newton. Senza questi dati, come capire la vita di un sopravvissuto mosso dal desiderio di non essere come tutti?

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