Heart of a Dog

Vivere, morire, raccontare: Laurie Anderson frulla avanguardia e flusso di coscienza per parlare allo spettatore a cuore aperto (un cuore puro di cane)

13 settembre 2016
5/5
Heart of a Dog

Per amare il film di Laurie Anderson bisognerebbe smetterla di essere critici e semplici spettatori. Il suo Heart of Dog non è un oggetto da etichettare, scomporre, misurare (non con il nostro metro, non solo almeno). Ma è un donarsi generoso, una confessione a cuore aperto, un invito a conoscersi, incontrarsi, guardarsi in faccia. Per amare Heart of Dog bisognerebbe tirare fuori il proprio cuore di cane. Un cuore puro.

Come quello di Lolabelle, il suo Rat Terriere, cui il film è dedicato. Insieme a Lou Reed, il compagno di una vita. E alla madre, che la vita le ha dato. Grandi lutti, grandi amori. Perché “ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” (David F. Wallace). Ed è fantasmatica la qualità di questo film-saggio, film-canzone, film-diario, in cui la Anderson invita lo spettatore a condividere con lei un cammino sulla soglia tra linguaggio e nulla, vita e morte, immagine e suono, visibile e invisibile. Un viaggio “tra”: tanto più affascinante, straniante, persino straziante,  perché quel “tra” non separa, non solo, non necessariamente. In Heart of Dog tutto è trasformazione, scambio, unità, persino ciò che divide. Persino la morte. La Anderson ci racconta anche la storia del morire, una storia tra le storie. I 49 giorni trascorsi nel “tra”, prima di essere altro. Ogni immagine è in se stessa e diaframma, insieme resistere e ambire a una forma. Ogni immagine – super 8? Disegno? Pittura? Fotografia? – è enigma. Come ogni parola. E’ soglia tra cose. E’ vetro, cielo, ghiaccio. Superficie tra mondi che si specchiano, si guardano, forse si annullano.
Sotto i denti da latte altri denti. Un altro cervello sotto il cervello, un cuore sotto il cuore. Sarebbe bello.
Heart of Dog è il film sotto il quadro di Goya, “Il cane”. Quello dello spazio dorato e della faccia canina che spunta in basso, in balìa di una corrente ocra.

Storie. Biografiche, sentite, apprese. Appunti. Insegnamenti di vita. Pillole di filosofia. Teorie. Sogni. Ancora storie. Suggestioni. L’uso della parola se c’è. L’uso della musica se non c’è la parola. Altrimenti buio e silenzio per ciò che non si può dire, mostrare, cantare. Accostamenti. Il cielo incenerito dell’11 settembre e quello terso dove volano le aquile. Le registrazioni dell’NSA e i ricordi. I sonni senza sogni e i sogni senza sonno. Le telecamere a circuito chiuso e gli occhi del cane. Nascere, morire, nascere. Wittgenstein, Kierkegaard, il maestro tibetano, ancora il cane. Un flusso di coscienza che scorre da lei a noi: questa sono, questo ho imparato, capito, vissuto, amato. E tu?
Chiude Turning Time Around di Lou Reed. Perfetta per risalire dopo una dolorosa immersione.
Questo film è un abisso di umanità. Grazie Mrs. Anderson.

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Un film fuori dalle regole. Un viaggio all’Interno della propria coscienza. Un omaggio agli oggetti del proprio amore, una riflessione sulla vita e la morte mai banale che prendono spunto dall’amore per il proprio cane per spaziare ed affrontare filosoficamente ed a cuore aperto temi esistenziali profondi ed universali. Bello.

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