Habemus Papam

La fragilità dell'uomo, la rinuncia e il cambiamento: il soglio pontificio di Nanni Moretti apre al mondo. In Concorso

13 Maggio 2011
4/5
Habemus Papam
Habemus Papam

Una grande folla piange il Pontefice deceduto, milioni di fedeli si raccolgono a San Pietro e, con loro, il mondo intero attende il nome del nuovo vicario di Cristo. Morto un Papa se ne fa un altro, recita il detto, ma stavolta non è così “semplice”: eletto a sorpresa dal Conclave (i bookmakers lo pagavano addirittura 90 a 1…), infatti, il cardinale Melville (Michel Piccoli) si blocca sulla soglia del balcone subito dopo l’annuncio Habemus Papam, un attimo prima che il protodiacono (Franco Graziosi) riferisca al mondo il suo nome.
Lo spunto del nuovo, atteso film di Nanni Moretti, era noto e ruota su quel senso di inadeguatezza, tremendamente umano, che può colpire ogni persona nel momento in cui viene investita dal peso di un’enorme responsabilità: ma quali conseguenze può avere una tale rinuncia quando l’uomo in questione è il Sommo Pontefice? Come ogni grande opera d’arte, Habemus Papam (oggi in Concorso a Cannes) rimane sospeso sulla domanda stessa che dà origine al film (scritto dal regista con i sodali Francesco Piccolo e Federica Pontremoli), da un lato seguendo con straordinaria umanità il percorso “fuori le mura” di Melville, dall’altro costruendo con tenera, mai becera ironia degli insoliti passatempi (il torneo di pallavolo, con tabellone a gironi e partite di andata e ritorno…) per i cardinali del Conclave rimasti all’interno della Santa Sede insieme allo psicanalista (Moretti), chiamato per provare a comprendere le ragioni di quel blocco, ora “prigioniero” per evitare qualsiasi fuga di notizie all’esterno.
Supportato, e non poco, dalla prova maiuscola di tutti gli interpreti (da Piccoli a Renato Scarpa, il cardinale dato per favorito alla vigilia, da Camillo Milli a Jerzy Stuhr, portavoce del Vaticano) e dall’enorme lavoro sulla ricostruzione degli ambienti (la Cappella Sistina e la Sala Regia del Conclave realizzate a Cinecittà), “ricavati” a Palazzo Farnese, a Villa Medici, in alcuni palazzi cinquecenteschi di via Giulia e a Villa Lante di Bagnaia, vicino Viterbo, Moretti riflette sulla fragilità dell’uomo – dissertando con i cardinali anche di ansiolitici e tranquillanti “maggiori” – mostrandone il lato più autentico e sincero, spogliando con occhio attento ma non inquisitorio quel velo di invulnerabilità che accompagna, da sempre, le figure di spicco mondiale. E se nel Caimano si facevano – seppur in maniera metacinematografica – nomi e cognomi, in Habemus Papam l’unico riferimento certo è a Giovanni Paolo II, dalle riprese reali del funerale, passando per gli accenni nel corso del racconto al predecessore di Melville, fino ad arrivare al protagonista stesso, amante dell’arte e attore in gioventù: potrà non sembrarlo, ma è una scelta “politica” anche questa, perché il discorso Urbi et Orbi che chiude il film (e che certifica la rinuncia) – auspicante una “Chiesa che guardi al cambiamento, capace di dare amore, accoglienza e comprensione” – è un messaggio universale, come quello del film.
Che fingendo di non esserne in grado – proprio come lo stesso Moretti nella scena della partita a scopa con i cardinali – “spariglia” l’ambito d’elezione e si offre allo sguardo di un paese chiamato al cambiamento (“Todo Cambia” canta Mercedes Sosa in una delle sequenze morettiane per antonomasia, quella del ballo cardinalizio), magari attraverso qualche dolorosa rinuncia. Habemus Palma?

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