Dalla nebbia e dalla polvere nascono incubi. Lo sa bene Stephen King, uno dei maestri del tormento dentro e fuori da noi. In The Mist, nella foschia, si annidavano i mostri. C’è un richiamo in Grand Ciel (presentato nella sezione Orizzonti dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia) in cui è la polvere generata dal cemento ad avere un istinto omicida. È l’opera prima di Akihiro Hata, che rivela un talento sorprendente. Affonda le radici nel realismo sociale per poi deformarlo in un clima di mistero, molto vicino all’horror.

Al centro della storia c’è Vincent, operaio precario impiegato nel turno di notte in un cantiere destinato a diventare una residenza futuristica chiamata proprio “Grand Ciel”. Il progetto, presentato come rivoluzionario, sostenibile e capace di promettere migliaia di posti di lavoro, nasconde in verità un sistema oscuro, destinato a sacrificare vite umane in nome dell’efficienza. Quando un collega scompare nel nulla, seguito poco dopo da un secondo operaio, il fragile equilibrio della comunità lavorativa si sgretola, lasciando emergere sospetti, paure, e un senso di minaccia che trapela da ogni inquadratura.

Hata costruisce il film come un’indagine morale prima ancora che narrativa. La sua regia, asciutta e controllata, evita il sensazionalismo per concentrarsi sui corpi stanchi, sui gesti ripetuti, sulle architetture incompiute, che diventano metafora di un mondo del lavoro sempre più disumanizzato. L’ambiente del cantiere, sospeso tra futurismo e degrado, è filmato come un organismo vivo e minaccioso: un labirinto di cemento in cui la fiducia reciproca finisce in frantumi, insieme alle strutture che gli operai cercano di costruire.

La tensione non nasce da colpi di scena, ma dall’osservazione minuziosa del contesto lavorativo e del suo progressivo disfacimento. La luce al neon, il rumore costante delle saldatrici e l’architettura fatiscente del cantiere diventano elementi di un microcosmo quasi ipnotico. Sembra un Ken Loach che abbraccia una dimensione ultraterrena.

La scelta di Damien Bonnard come protagonista rafforza l’impianto realistico del film: il suo Vincent è un uomo comune, vulnerabile, che desidera solo stabilità per la propria famiglia, ma si ritrova intrappolato in un sistema che lo consuma. Attorno a lui, un cast corale – Samir Guesmi, Mouna Soualem, Tudor-Aaron Istodor – contribuisce a restituire la dimensione collettiva di un dramma che non riguarda solo il singolo, ma un’intera classe lavoratrice esposta a rischi sistemici.

Questo primo lungometraggio di Hata, Grand Ciel, rappresenta un’evoluzione coerente rispetto ai suoi lavori precedenti. Dove emergeva l’interesse per le dinamiche sociali e per la fragilità degli individui davanti a strutture più grandi di loro. Qui però il regista affina il suo sguardo, intrecciando denuncia e brivido con una maturità nuova. Il risultato è un film che interroga lo spettatore senza offrire risposte rassicuranti. Riflette sulle contraddizioni di una società tecnologicamente avanzata, ma incapace di proteggere chi ne sostiene le fondamenta.

Grand Ciel mette in luce gli effetti diabolici del capitalismo, in cui la sicurezza dei lavoratori è sacrificata a logiche economiche e politiche. È un cinema che non teme di guardare negli occhi il presente e di mostrarne le crepe, in un racconto sul precariato, la paura e il bisogno di una normalità perduta.