Si muove tra realtà e sogno, Ghost Cat Anzu, piccolo incanto anime che, per strana grazia e allegro impaccio, somiglia al suo antieroe titolare, un gatto fantasma che presidia il tempio buddhista di una cittadina nella campagna vicina a Tokyo.

Anzu è un bakeneko, termine giapponese che sta per “gatto mutaforma”, yōkai (spirito o demone) che nel folklore giapponese si riferisce a quei felini domestici vecchi, grossi e con la coda lunga che hanno acquisito poteri soprannaturali come camminare su due zampe, parlare, creare palle di fuoco e persino mutare forma in esseri umani. Chissà da quale regno proviene, Anzu, un ingombrante randagio che comunque è ben integrato nella comunità: guida il motorino senza patente, fa un gran casino, cucina male, accudisce una famiglia di quaglie, si arrangia con lavoretti saltuari come quello del massaggiatore, gioca ai pachinko (le slot machine locali), inganna il Dio della Povertà per non disturbare un vecchio mendicante, è ben voluto dagli abitanti che gli offrono caffè e lo accompagnano a pesca.

Ghost Cat Anzu
Ghost Cat Anzu

Ghost Cat Anzu

L’interesse verso Ghost Cat Anzu potrebbe anche limitarsi al gusto di osservare le bizzarre avventure di questo personaggio così emblematico e identitario. Per fortuna, gli autori Yōko Kuno e Nobuhiro Yamashita si preoccupano di costruirgli una narrazione attorno, che viene innescata dall’arrivo della nipote del monaco del tempio, piazzata lì dal padre troppo impegnato a ripagare i debiti e sfuggire ai creditori. Poiché la ragazza cerca in tutti i modi di andare a Tokyo, dove c’è la tomba della madre, Anzu, l’accompagna nella metropoli. Tutto bene, finché trovano l’ingresso dell’oltretomba e scatenano un uragano che ha conseguenze in questo mondo e in quell’altro, fantasmatico e imprevedibile.

Ispirato al manga Bakeneko Anzu-chan di Takashi Imashiro, Ghost Cat Anzu non elude mai l’eredità di Hayao Miyazaki, incrociando il senso del fantastico incarnato dal gattone e il racconto di formazione della co-protagonista, come fosse una versione più umile e meno epica della Città incantata. Dalla sua, infatti, ha l’intelligenza di capitalizzare il buffo umorismo che gli permette di sorridere alla morte e la solare malinconia che accarezza chi si fa cullare da un’estate giapponese.

Ghost Cat Anzu
Ghost Cat Anzu

Ghost Cat Anzu

Grazioso e amabilmente dimesso, Ghost Cat Anzu – coproduzione tra Giappone e Francia, presentata alla Quinzaine di Cannes 2024 – squaderna temi universali (l’elaborazione del lutto, il senso dei legami, il confronto con il dolore) con leggerezza non frivola, ma la cosa più intrigante è come la forma del film corrisponde al rapporto tra realtà e soprannaturale, con l’utilizzo del rotoscopio (che consiste nel ricalco delle immagini precedente filmate dal vivo) per conservare la naturalezza dei movimenti umani e dell’audio delle riprese originali per conferire un’impressione di realismo all’interno di una visione apparentemente aderente in tutto e per tutto agli stilemi anime.