Georgetown

Christoph Waltz diventa protagonista dietro e davanti la macchina da presa, in un gioco di inganni forse non all'altezza del suo talento. Disponibile su Chili, Sky Primafila e altre piattaforme

14 Maggio 2020
2,5/5
Georgetown

Albrecht Gero Muth/Ulrich Gero Mott. Nomi simili, sospesi tra realtà e finzione. Il collegamento tra i due lo suggerisce lo stesso Christoph Waltz, qui al suo esordio da regista per il cinema, nei titoli di coda. Albrecht Gero Muth divenne “famoso” quando il New York Times raccontò la sua vicenda: arrampicatore sociale, colpevole di aver ucciso sua moglie. Chi è invece Ulrich Gero Mott? Il suo alter ego sullo schermo, interpretato sempre da Waltz. O forse no. Nel film ci viene detto di “non confonderli”. E nei primi minuti si legge: “Questa storia non vuole, in alcun modo, pretendere di essere vera. Tuttavia si ispira a eventi realmente accaduti”.

Georgetown è costruito su questa ambiguità. Si interroga sulla fiducia che si può riporre nello sguardo, nel racconto orale. Non esistono prove che possano portare alla luce il corretto scorrere degli eventi. La sfida è vedere oltre l’inganno, ammesso che ci sia stato. Il punto di partenza è intrigante, ma alla fine anche Waltz sembra perdersi tra le diverse versioni dei fatti. Cannibalizza la macchina da presa, focalizza tutto il film sulla sua espressività, lasciando pochissimo spazio ai talenti di Vanessa Redgrave e Annette Bening.

 

Presto il gioco rischia di diventare ridondante, e la riflessione di partenza si perde anche nei risvolti da legal movie. Il richiamo potrebbe essere a Billy il bugiardo del 1963 di John Schlensinger, ma qui manca la potenza visiva, la lente che mette a fuoco una società cinica, dai risvolti amari. Waltz suggerisce che nessuno a Washington si è fatto da solo, e calca la mano su connessioni, contatti fittizi, riunioni dove gli uomini di “potere” si danno un tono mettendosi una benda su un occhio.

Il film è prevalentemente girato in interni, e sottolinea l’attaccamento di Waltz al teatro. Il suo palcoscenico è il salone di casa, la scala per raggiungere la camera da letto, l’aula di tribunale… Per un attimo si potrebbe pensare che Georgetown sia figlio di The Dinner con Richard Gere, in cui una famiglia si confrontava con i propri crimini durante una cena. Ma qui dalla convivialità nasce un complesso puzzle, fatto di capitoli, interpretazioni, flashback e avvocati.

Ulrich Gero Mott è un misterioso cinquantenne, che sposa (per amore?) una donna che ha oltre quarant’anni più di lui. Sfrutta la sua rubrica, le conoscenze, vuole farsi strada nel mondo dei potenti. Si improvvisa diplomatico, imprenditore, soldato per questa o per quella fazione. Tante le ambizioni, in un’opera prima di lusso, che forse avrebbe meritato qualche guizzo in più.

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