Film

Fabrizio Bellomo al TFF38 con un saggio audiovisivo che ragiona sulle "fabbriche diffuse". Mescolando appunti e spunti: funziona, seppur autoreferenziale

26 Novembre 2020
2,5/5
Film
Film di Fabrizio Bellomo

L’uomo. E la macchina. L’artista sperimentale Fabrizio Bellomo porta al Torino Film Festival (TFF DOC/ITALIANA) il suo Film, saggio audiovisivo che si sofferma sulla transizione – non solo fisica – ma anche ideologica che ha portato la fabbrica, il suo concetto, a diffondersi, espandendosi ben oltre i limiti strutturali, architettonici che ne delimitano le mura.

È un viaggio che racconta appunto di edifici abbandonati, miniere trasformate in attrazioni turistiche, percorso che l’artista dissemina però di elementi di raccordo, di “disturbo”, filmando le proprie imprese (vedi le “tabelle educative”, retaggio delle fabbriche di un tempo, sparse per Lumezzane, la città “officina” del bresciano) o riproponendo interviste rilasciate in Albania o in Serbia, dove parla del suo lavoro, e dove, soprattutto a Kragujevac, città che ospita la delocalizzazione Fiat voluta da Marchionne dove si producono le 500L, ancora campeggia sulla facciata di un’ex fabbrica Zastava riconvertita la gigantesca scritta che occupa l’intero spazio visivo circostante, “Mi smo ono što stvaramo” (“Siamo quello che creiamo”).

Appunti video, audio, conferenze, poesie, il Volonté de La classe operaia va in Paradiso, Bellomo prova a costruire un amalgama di senso prendendo le mosse – come spiega lui stesso nelle note di regia, rifacendosi a Il cinema prima del cinema di Virgilio Tosi  – “dall’ingranaggio debordiano e fordista: spettacolo e catena di montaggio, la catena di montaggio che crea la macchina spettacolare fotografica e attraverso la quale il meccanismo umano di Marx va via via perfezionandosi attraverso la scomposizione dei movimenti umani e la possibilità di massimizzarne così tempi e ritmi di produzione”.

Lo strumento allora si attualizza (iniziando dal Mac utilizzato per gli appunti, la scansione in capitoli, i titoli di coda), la fruizione si fa liquida, la riflessione diventa suggestiva. Certo, la deriva autoreferenziale non è propriamente scongiurata, ma nel complesso l’operazione, il gesto pratico&teorico arrivano a destinazione.

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