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Ferine
Si apre con un esergo di Schopenhauer e si porta addosso, in filigrana, Il bacio della pantera: due indizi sufficienti a dichiarare l’ambizione di Ferine, opera prima di Andrea Corsetti che guarda al cinema di genere con l’intenzione di farne qualcosa di più di un semplice veicolo di tensione. Ed è un’ambizione che, a dispetto di alcuni scarti di tono e di certe pretese un po’ esibite, merita rispetto, se non altro perché oggi di cinema di genere italiano con un’idea di sguardo c’è parecchio bisogno.
A prima vista, il film potrebbe sembrare un film contro la gestazione per altri, quasi un apologo sulla natura violata dall’artificio e sulla vendetta che la bestia, intesa come istinto, esige da chi pretende di piegarla, ma è una lettura che il film stesso smentisce. Lo sguardo della madre acquisita, infatti, finisce per sconfiggere quello della pantera, ossia la natura imposta, il destino biologico che si vorrebbe come unica legittimazione possibile del legame materno. La maternità qui non è un dato di sangue ma un atto di sguardo, una scelta che si conquista nel corpo a corpo con la propria fragilità, e il tema, che sulla carta rischiava di piegarsi a tesi, trova nel finale una direzione meno prevedibile di quanto l’esergo lasciasse supporre.


Ferine
Colpisce, soprattutto, lo spirito d’altri tempi che attraversa l’opera: non tanto nella forma, quanto nella modalità realizzativa e produttiva, in quell’idea di cinema artigianale, costruito con pochi mezzi e molta convinzione, che pareva appartenere a un’altra stagione. Lo dichiarano subito la soggettiva sui titoli di testa e le musiche di Pino Donaggio, nome che basta da solo a evocare un’intera mitologia del brivido all’italiana e, per via obliqua, il De Palma più ossessivo e più devoto a Hitchcock. Il citazionismo, però, non si riduce a vezzo: la soggettiva costruisce fin dall’inizio un patto con lo spettatore, che è chiamato a guardare con occhi altrui, e dunque a interrogarsi su chi guarda e perché.
Ferine è un film di carne e sangue, in cui il cibo diventa la metrica del disagio psichico: ciò che si mangia, ciò che si rifiuta, ciò che si divora racconta la crepa interiore più di qualunque dialogo, in ogni caso ridotti all’essenziale dalla sceneggiatura scritta dal regista con Massimo Vavassori. Il pensiero corre inevitabilmente a Raw di Julia Ducournau, con cui Corsetti condivide l’idea del corpo come territorio di una metamorfosi dolorosa, anche se il suo film non ne ha la ferocia né la libertà di sguardo, lasciando che la trama psico-emotiva prenda presto il sopravvento sull’impianto di genere, spostando l’attenzione sulla maternità come terreno di fragilità prima ancora che di desiderio.


Ferine
È sul versante della regia che il film mostra i suoi limiti, a differenza dell’omonimo cortometraggio di partenza. Lo stile è raffreddato, quasi clinico, e non di rado scivola in qualche pretesa arty che irrigidisce il racconto più di quanto lo intensifichi. Il contrasto tra le geometrie architettoniche e gli spazi naturali, che pareva il cuore figurativo dell’opera, resta in buona parte inesplorato: l’opposizione c’è, la si intuisce, ma non diventa mai davvero un principio drammaturgico. Ci pensano allora la fotografia e il lavoro della macchina da presa a compensare, almeno in parte, quanto la messa in scena non riesce a dire, con una cura per la luce e per i volumi che regge il film nei passaggi più incerti.
Ne esce un’opera irregolare ma tutt’altro che anonima, in cui l’ambizione supera la capacità di realizzarla ma lascia comunque il segno. Un film che sa di cinema vissuto, di passioni antiche e di rischi accettati, e che per questo, pur nei suoi squilibri, si fa guardare con curiosità e con un po’ di simpatia.
