Evge (Homeward)

Un esordio che non lascia indifferenti, quello del 27enne Nariman Aliev. Padre e figlio on the road destinazione Crimea, in Un Certain Regard

22 Maggio 2019
3,5/5
Evge (Homeward)

In un obitorio giace senza vita il corpo del primogenito di Mustafa (Akhtem Seitablayev), morto nella guerra tra Russia e Ucraina. L’uomo decide di portare il corpo del ragazzo nella sua terra natale: la Crimea. Insieme, lui e il suo figlio minore (Remzi Bilyalov) partono per un viaggio che segnerà profondamente la loro relazione.

Homeward. Verso casa. Sceglie un tema non facile il 27enne Nariman Aliev per il suo esordio nel lungometraggio. Ma è un argomento inevitabile, che parla di sé, delle sue origini, della storia del suo popolo, i qırımtatarlar (tatari di Crimea), che nel corso della Storia – dalle deportazioni staliniane del ’44 alla più recente crisi del 2014, con l’annessione alla Russia – si sono ritrovati spesso ostaggio degli eventi loro malgrado.

E’ un film sul confronto, anche duro, tra un padre deciso a mantenere vive le radici (anche religiose, da musulmano praticante) e un figlio, il secondogenito, che invece sembra già integrato come cittadino e universitario ucraino.

Il legame tra queste due figure, così inizialmente distanti, è dato giocoforza dalla salma di Nazim nel bagagliaio dell’auto: è quel personaggio silenzioso, immobile, coperto (a parte un paio di momenti in cui scorgiamo il suo corpo) a tenere indissolubilmente vicini Mustafa e Alim, anche di fronte alle situazioni più disperate.

Aliev ha un’idea di cinema precisa, sa sempre che cosa inquadrare e come, ma dà il meglio di sé verso la parte finale del film, quando la profondità di campo e gli spazi aperti gli consentono di aprire le immagini creando veri e propri quadri di suggestione unica.

 

Recitato in tre lingue diverse (nel dialetto tataro di Crimea, linguaggio che l’UNESCO ha dichiarato “a rischio estinzione”, in ucraino e in russo), Homeward – con i dovuti distinguo – ricorda un altro grande esordio (Il ritorno di Zvjagincev, 2003), seppure alcuni momenti pagano lo scotto di un’inesperienza legittima e il lirismo non contraddistingua in maniera netta il film.

Capace però di regalare attimi di cinema puro – su tutti, il buio profondo e il rosso intermittente che fotografano il difficoltoso attraversamento notturno di un lago – e una profondità d’indagine umana di raro spessore.

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