Un po’ Ritorno al futuro e un po’ Barbie, Era meglio domani ha la sua chiave nel titolo italiano, che traduce C’était mieux demain ovvero Domani sarebbe stato meglio. A prima vista parrebbe un controsenso, cioè declinare il futuro al passato, ma la commedia di costume è lo spazio ideale per un viaggio nel tempo. L’opera prima dell’attrice Vinciane Millereau guarda ai meccanismi fantastici del cinema americano per raccontare lo strano caso di una famiglia francese degli anni Cinquanta che si ritrova nel 2025. È una rivoluzione: assorbiti gli shock tecnologici e sociali, lui scopre che gli uomini stanno perdendo tutti i vecchi privilegi patriarcali e lei approfitta delle conquiste femministe soprattutto sul piano professionale. E la crisi coniugale è in agguato.

Scritta dalla regista con il compagno Julien Lambroschini, Era meglio domani parte come una pochade leggera, con il bozzetto che prende in giro la classe media conservatrice con gli uomini che parlano d’affari (dall’utilizzo dell’amianto ai brevetti dei ciucci al radio) e le signore perbene che si lamentano dell’invasione dei volgari prodotti americani (la gomma da masticare il jukebox, l’hula hoop) e delle ragazze che imitano “quella sgualdrina di Brigitte Bardot”. L’ironia è lo strumento per scardinare usi e costumi di una borghesia compiaciuta di sé, ceto cruciale in quel 1958, anno in cui la Francia visse una grave crisi legata alla guerra d’Algeria (c’è anche una gag sull’indipendenza del paese africano) e all’avvento della Quinta Repubblica con de Gaulle.

Bonario e popolare, leggero e tradizionale, Era meglio domani gioca con la fantascienza, dove lo spostamento dei corpi avviene tramite un elettrodomestico, coinvolge il tempo senza toccare o spazio (la casa resta la stessa, cambiano arredi, accessori, comfort), ma mantiene il focus sulla dimensione socioculturale: al centro ci sono l’evoluzione dei rapporti tra uomini e donne, soprattutto per quanto riguarda l’autonomia femminile e i cambiamenti nel mondo del lavoro, e delle relazioni tra genitori e figli, improntate su schemi meno rigidi e istituzionali. Il tema non è tanto il viaggio del tempo – con tutti i contraccolpi ucronici – ma la tenuta del matrimonio, con il marito autoritario (un ruolo tagliato su misura per Didier Bourdon) che deve fare i conti con l’indipendenza della moglie (Elsa Zylberstein, mattatrice).