Dogville

Lars von Trier volta pagina con una crudele parabola sui rapporti sociali. Bravissima Nicole Kidman

6 Novembre 2003
Dogville
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Ogni generazione conta due-tre cineasti eccezionali. Von Trier (con Kitano, con Scorsese’) è uno di questi e ogni suo nuovo film ci stupisce. Però il terribile danese non è mai così geniale come quando si lancia nel cinema della crudeltà: a qualcuno la sua rabbia, il suo nichilismo provocatorio potranno dare fastidio, ma si tratta di un fastidio salutare; e Lars è un genio cattivo. Basta vedere il modo in cui Dogville tra(sgre)disce le aspettative del pubblico; sia sul piano della storia raccontata, sia nel modo di raccontarla. Inseguita dai gangster, la dolce e indifesa Grace giunge nel borgo sperduto di Dogville e, grazie alla mediazione del sensibile Tom, trova la protezione dei paesani. In cambio, parteciperà ai lavori della comunità. La fiducia cieca di Grace dovrà subire una dura delusione: poco a poco i buoni samaritani cominciano a esigere da lei prestazioni in natura di vario genere, sottoponendola a oppressione psicologica, economica, sessuale secondo la logica del profitto cui anche i poveri sono devoti. E proprio in nome di tale logica gli abitanti del villaggio saranno puniti orribilmente, quando la pura fanciulla deciderà di assumere il proprio ruolo sociale. Il soggetto, insomma, sembra riproporre le eroine sacrificali dei film precedenti (Le onde del destino, Dancer in The Dark), ma poi le ribalta completamente rivelando la vera personalità di Grace. Altro ribaltamento sul piano del linguaggio filmico. In un certo senso Dogville si situa all’opposto di ‘Dogma’, il manifesto del ’95. Al posto dei luoghi autentici e della luce naturale, un décor convenzionalizzato come e più che a teatro (ricorda certe messe in scena di Piccola città di Thornton Wilder), illuminato da luci artificiali: una scelta scenografica radicale in cui gli spazi sono disegnati sul suolo e rappresentano ambienti (le case, la chiesa, la scuola, i negozi) disincarnati, privi di fisicità; il contrario esatto dell’iperrealismo teorizzato e praticato finora. Brechtianamente, il film è diviso in nove capitoli e un prologo, come un romanzo, e raccontato dalla voce di un narratore onnisciente. Forse sono gli strumenti linguistici di un nuovo corso, che Lars chiama ‘cinema fusionale’ (cinema + teatro + letteratura), perfettamente funzionali alla realizzazione di un’atroce, magnifica parabola sui rapporti sociali. Un grande pezzo di teatro epico brechtiano, come ribadisce il cartello dell’ultimo capitolo: ‘Qui finisce il film’. Assemblato uno straordinario cast di attori di generazioni diverse (Laureen Bacall, Ben Gazzara, James Caan), von Trier sfrutta al meglio il vero talento della superstar Nicole Kidman: mostrare un viso d’angelo, facendo affiorare per gradi tutta la ferocia del personaggio.

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