Crudelia

Un po' Diavolo veste Prada e un po' Joker, belle musiche e bel décor ma perché dare una spiegazione razionale, quasi psicoanalitica, alla cattiveria dell'iconica villain?

26 Maggio 2021
3/5
Crudelia
Emma Stone. Photo by Laurie Sparham. © 2021 Disney Enterprises Inc. All Rights Reserved

Dietro ogni cattivo c’è sempre una storia. Persino dietro Crudelia de Mon. Capelli bicolore, metà neri e metà bianchi, cappotto pelosissimo e tacchi a spillo rossi, la celebre cattiva de La carica dei 101 (1961), che rapiva i cuccioli per farsi una pelliccia, ha un passato. Ebbene sì, anche Crudelia (in originale Cruella de Vil, nome che deriva dal gioco di parole basato su “crudele” e “demone”) è stata una bambina. Si chiamava Estella (Tipper Seifert-Cleveland) e la sua storia ce la racconta l’australiano Craig Gillespie nel suo Cruella, secondo film Disney live action incentrato su un villain (dopo Maleficent, nel 2014).

Si parte dagli esordi ribelli di questa bambina, che ha fatto le elementari “a suon di ruggiti” per poi raccontare la sua vita da truffatrice, affiancata dai due ladruncoli Orazio (Joseph MacDonald) e Gaspare (Ziggy Gardner), fino alla sua scalata come stilista nel mondo della moda. Prima presa a cuore e poi osteggiata dalla direttrice di una famosa casa di moda: la Baronessa von Hellman, molto chic e terribilmente raffinata.

Nei panni di queste due donne, antieroine per eccellenza, vi sono niente meno che due attrici premi Oscar di nome Emma: la Stone-Crudelia e la Thompson-la Baronessa.

C’è molto, anzi moltissimo, de Il diavolo veste Prada, film che narra la storia di una giovane assistente al servizio della perfida direttrice della più importante rivista di moda al mondo. Anche se l’ambientazione nella Londra degli anni Settanta agli albori della rivoluzione punk rock fa la differenza. E c’è anche qualcosa di Joker.

Emma Thompson. Photo by Laurie Sparham. © 2021 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.

Basato sul romanzo della scrittrice inglese Dodie Smith del 1956, adattato dalla sceneggiatura di Dana Fox e Tony McNamara (su soggetto di Kelly Marcel & Steve Zissis), il film di Craig Gillespie forse è fin troppo lungo (più di due ore) e per certi versi, tra madri morte e madri assassine, potrebbe perfino spaventare un pubblico di bambini, magari affezionato a suo modo alla Crudelia de Mon animata. Una cattiva che era già stata rappresentata sul grande schermo: le diede volto Glenn Close (che ha anche partecipato alla produzione di questo lungometraggio) in altri due film, del 1996 e del 2000.

Belle le musiche, bella l’ambientazione e la ricostruzione scenografica, notevoli i costumi (ideati dalla Premio Oscar Jenny Beavan), i vari trucchi e “parrucchi” (Nadia Stacey) ed eccellenti le interpretazioni, ma era abbastanza scontato con due protagoniste di questo livello. Quel che stona è invece proprio l’idea alla base del film. Il regista Gillespie ci aveva stupiti con Tonya, biopic del 2017 che ripercorreva le tappe della vita della pattinatrice Tonya Harding dall’infanzia difficile alla controversa carriera. Qui di nuovo in squadra dietro la macchina da presa con il direttore della fotografia Nicolas Karakatsanis ci riprova.

Un conto però è raccontare il retroscena dell’incredibile triplo axel di Margot Robbie (personaggio realmente esistito), un altro è il dover inventare di sana pianta un pre-personaggio e il voler dare in ogni modo una spiegazione razionale, quasi psicoanalitica, alla cattiveria di questa donna. Insomma, cattivi non per forza si diventa. Talvolta ci si nasce, e a noi Crudelia de Mon piace pensarla come una cattiva nata. Non toglieteci le poche certezze rimaste.

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