Cosa resta della rivoluzione

Il Maggio Francese è finito ma gli ex sessantottini non sembrano essersene accorti: e Judith Davis (opera prima: brava) esplode. Si può fare politica e amare al contempo?

20 Agosto 2020
3/5
Cosa resta della rivoluzione

I primi cinque minuti di Cosa resta della rivoluzione sono un manifesto generazionale (ma anche di due, magari tre generazioni), un’esplosione di rabbia, un grido d’aiuto. Angèle, la protagonista, ha trent’anni, ma sfortunatamente è nata troppo tardi, come dicono i sessantottini che rimpiangono “l’epoca del noi” in cui “creavamo il mondo” e “aprivano tutto”.

All’ennesima tirata paternalista, Angèle, giovane urbanista parigina sottopagata e sfruttata, sbotta: la colpa è soprattutto vostra, attuali settantenni intrappolati nella nostalgia dei domani passati, che vi rifiutate di invecchiare e divorate i giovani, quasi colpevoli d’esser tali.

 

Difficile fare una commedia in cui il bersaglio critico è una generazione che ha alimentato immaginari, infranto barriere, infiammato la riflessione collettiva. Al debutto da regista, Judith Davis – anche interprete – si dimostra piuttosto abile nell’aggiornare lo spirito bohémien al precariato esistenziale e accordare il ritratto di un tipo umano di cui per età ed esperienza si fa portavoce alla produzione curata anche dalla Agat Films & Cie di Robert Guédiguian, patrono del cinema popolare operaio.

©Agat films & Cie

Davis rilegge il totem del Sessantotto (anzi: il maggio francese, come lo chiamiamo da queste parti) alla luce delle sue conseguenze, pietra di paragone di ogni contestazione che, ça va sans dire, non può reggere il confronto con la grande mitologia della rivoluzione sessantottina. Nel suo ingegnoso equilibrio tra sfogo iconoclasta e recherche sentimentale, l’attrice e regista cerca di confrontarsi dialetticamente con l’egoismo di una generazione che seguire i propri sogni ha condizionato la vita di quelli venuti dopo.

È interessante, appunto, che a raccontare “quel che resta della rivoluzione” sia un prodotto (letteralmente) di quella stagione: non un reduce affetto dalla nostalgia, malattia senile del comunismo, ma la figlia di un padre ancora maoista e di una madre alla ricerca di nuove possibilità di vita alternativa. Se il padre sembra fermo agli ideali di gioventù, la mamma la conosciamo dai filmini e dalle foto di famiglia, immobile in quella giovinezza che è lo stesso tempo eterno e dilatato in cui continua a vivere il padre.

 

È nel personaggio di Angèle, più ferita che arrabbiata, sempre sul punto di deflagrare e un secondo dopo disponibile alla comprensione, il punto di forza di Cosa resta della rivoluzione. Talvolta si abbandona a qualche macchietta di troppo per rafforzare il progetto teorico, ma riesce a concentrarsi un tema trattato con radicale intimità: si può conciliare impegno e privato?

E questa domanda, che i padri e le madri hanno lasciato senza risposta in nome di un comodo solipsismo, si fa perno di una commedia “impegnata” che si concede un bel percorso romantico, culminato da una delle dichiarazioni d’amore più struggenti viste di recente (“sono buoni i meloni”).

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