Corpus Christi

Il mistero del sacerdozio è il cuore di questa compiuta Parabola eucaristica. Illuminata dal volto di Bartosz Bielenia

30 Ottobre 2020
3,5/5
Corpus Christi
Corpus Christi

In uno dei romanzi più controversi di Graham Green, Il potere e la gloria, il protagonista è un prete sacrilego, alcolizzato, godurioso e incapace di pregare; uno stato di abiezione che non gli impedisce comunque, braccato dai fedeli, di somministrare l’eucaristia e di perdonare i peccati. Perché Dio, scriverà padre Doncoeur nel recensire il romanzo sulla rivista Études, “è più forte della nostra miseria”.

Sul mistero e lo scandalo del sacerdozio, figlio del mistero dell’incarnazione, che ha il potere di trasformare ogni cosa, melma compresa, in una sorgente di acqua pura, si interroga pure Corpus Christi, terza e migliore regia del polacco Jan Komasa, riconosciuta anche dalla recente candidatura agli Oscar come film straniero (poi vinto da Parasite). Qui il prete è abusivo. Un avanzo di riformatorio, un ventenne dal nome e il destino profetico, Daniel, uscito dalla casa di correzione per provare a intraprendere un percorso di riabilitazione in una segheria. Si ritrova invece – un po’ per gioco e un po’ per vocazione – con la casacca da sacerdote indosso, grazie alla quale si spaccerà (con successo) come ministro della fede di una comunità rurale orgogliosa e intimamente ferita.

Accesa dal volto angelico e dannato di Bartosz Bielenia, autentico segno di contraddizione, la Parabola eucaristica di Corpus Christi è segnata dal passo narrativo obbligato, su cui transitano però momenti compositivi autonomi, rivelatori, battute fulminanti, caratteri secondari che si prendono d’improvviso la scena ritrovando quell’ambigua umanità che altrove latita (vedi i personaggi-maschera del prete fariseo, del sindaco opportunista, della fedele bigotta).

Komasa non è Bresson ma ha l’ardire di setacciare complesse questioni teologiche dalla crusca dei vissuti. Lo stile è piano, rilevabile ma non riconoscibile, un medium discreto tra il racconto e il Senso, tra la carne e la Grazia. Un film cristiano, non confessionale né necessariamente cattolico. C’è di che riflettere per credenti e non. E l’emozione di un finale in crescendo. Felicemente aperto.

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