Si può raccontare un dramma collettivo coi toni esagitati del feuilletton? La risposta - inequivocabile suo malgrado - è Complici del silenzio di Stefano Incerti, che ripercorre la tragedia dei desaparecidos argentini inciampando sulle traversie sentimentali di un reporter italiano inviato a Buenos Airos per i Mondiali del '78, e una guerrillera in lotta contro la giunta militare al potere. I due protagonisti - Alessio Boni e Florencia Raggi - sono belli, spavaldi e impassibilmente dolenti. Affettati oltre ogni limite. Tra un incontro al buio e un amore a prima vista ci si mette però il destino. Cieco. Come i due amanti che si ritrovano bendati e vessati nell'isolamento di una prigione segreta, a scontare pene d'amor perduto e torture di un regime stolto. Quest'ultimo è il ritratto senza spessore di un potere sadico, maniacalmente dedito al male. Non è l'unico reperto di un immaginario abusato. Il cliché è un ritornello che suona in ogni situazione, per ogni personaggio. Dalla tranche de vie borghese e collusa, alla stanca iconolatria dell'eroe coraggioso e senza macchia. Non bastava poi lo scambio tra il melò e l'inchiesta, Incerti inverte anche l'effetto con la causa: prodigo quando deve sciorinare atrocità e vigliaccate, avaro nella ricerca di trame e moventi dietro le mani degli aguzzini. La violenza - pur scrutata senza remore - diventa un velo che impedisce di vedere oltre. Se l'intento non è ricattatorio, la soluzione è comunque la più facile. In linea con un'operazione che imbocca tutte le scorciatoie senza mai sprofondare con i piedi nel fango. Rabbiosa più che indignata. Capace di urlare, ma non di rompere il silenzio.