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Chopin, Notturno a Parigi - Foto Jaroslaw Sosinski
“Chopin! Chopin!”. Nella Parigi del 1835 il pianista e compositore polacco è una celebrità, tanto per il popolo quanto per la corte di re Luigi Filippo.
Esiste un rischio connaturato in ogni operazione che tenti di riportare sul grande schermo l’iconografia del “genio”: quello di scivolare nell’agiografia impolverata o, peggio, nel feticismo del dettaglio d’epoca che soffoca l'anima del soggetto. Dopo Filip, dramma su un ebreo polacco nella Germania nazista degli anni ’40, Michał Kwieciński realizza Chopin! Chopin! (questo il titolo originale, che da noi diventa Chopin, Notturno a Parigi…) e non sceglie la via del biopic enciclopedico, ma si concentra su una sezione aurea e tormentata della vita di Fryderyk Chopin – la Parigi di quegli anni che era al contempo ombelico del mondo e ricettacolo di colera – per restituirci un ritratto scarnificato, nervoso, quasi respingente.
Kwieciński (questo è il suo primo film ad essere distribuito in Italia), coadiuvato da una fotografia che predilige i chiaroscuri densi e le atmosfere sature dei salotti parigini contrapposte al fango delle strade, mette in scena non il monumento, ma l’uomo. Un uomo consumato da una tisi che non è mai romantica astrazione, ma tosse brutale, sangue sui tasti, debolezza che si fa musica per pura necessità di sopravvivenza psichica.
In questo senso, l'interpretazione di Eryk Kulm Jr. (già protagonista anche in Filip) è degna di nota: l'attore polacco oltre ad eseguire realmente le opere di Chopin, abita il corpo del musicista – allora venticinquenne, morirà 14 anni più tardi, nel 1849, proprio all’indomani della terza rivoluzione che mette la pietra tombale sulle monarchie francesi – con una magrezza spettrale e uno sguardo che sconfina in una sorta di ipermetropia emotiva, capace di vedere oltre il contingente ma incapace di gestire l’ordinario.
La struttura narrativa del film – quattro mesi di riprese e 17 milioni di euro di budget, tra le produzioni cinematografiche polacche più costose della storia – riflette la natura della composizione chopiniana: un alternarsi di passaggi lirici e improvvise fiammate di violenza espressiva. Kwieciński ci introduce in una dimensione dove l'arte è una negoziazione continua tra la grandezza del talento e la miseria della condizione biologica. La Parigi che circonda il musicista non è un luogo da cartolina, ma un organismo vivo, rumoroso e crudele, dove il successo si misura in monete d'oro e favori aristocratici, e dove la solitudine di Chopin emerge per contrasto, tra una festa mondana e una lezione di piano impartita per necessità.


Il montaggio lega i momenti della creazione artistica – quei celebri Notturni che sembrano sgorgare quasi per errore da una psiche in frantumi – a una quotidianità fatta di incertezze relazionali e fragilità inquiete. Non c’è spazio per il sentimentalismo spicciolo: anche il rapporto con le figure femminili e i colleghi (Liszt su tutti, tratteggiato con un’interessante punta di alterigia, lo interpreta Victor Meutelet) è mediato da una distanza incolmabile, quella di chi sa di avere un tempo limitato e decide di consumarlo interamente nel fuoco della propria visione.
Decisivo, tanto nella vita di Chopin quanto nel film, l’incontro con la scrittrice George Sand (Joséphine de La Baume) – tra le relazioni più celebri del Romanticismo – e, successivamente, con il prodigioso Carl Filtsch, bambino nato in Transilvania che diviene suo allievo: anziché ereditarne la gloria (pur lasciando ai posteri vari componimenti), sarà ucciso dalla tubercolosi prima di lui, a 15 anni non ancora compiuti.
La macchina da presa si muove con eleganza discreta, quasi volesse pedinare l’anima del compositore senza spezzarne l'incantesimo. La colonna sonora, ovviamente centrale, non viene usata come un semplice sottofondo didascalico: la musica è un personaggio aggiunto, una voce che interloquisce con i silenzi di Fryderyk, una cura e allo stesso tempo la causa del suo sfinimento: “La musica non è sufficiente, nella vita c’è tanto altro”, gli dice la madre. “È l’unica vita che conosco, dai miei sei anni non mi avete concesso di fare altro”, le risponde lui.
Kwieciński riesce a rendere il “suo” Chopin un personaggio per certi versi contemporaneo (elemento, questo, amplificato dall’utilizzo della musica elettronica che accompagna alcune scene di raccordo), nella sua ansia di perfezione e nel suo senso di estraneità rispetto a un mondo che lo vorrebbe incasellare. E ci ricorda come la grande arte non nasca dalla pace, ma da un conflitto irrisolto tra lo spirito che tende all'infinito e un corpo che, inesorabilmente, reclama la sua fine.
