Camorra

Indagine socio-antropologica di un trentennio di malavita organizzata. Un “documento” che non è solo semplice assemblaggio, firmato Francesco Patierno, in Sconfini

2 Settembre 2018
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Camorra

Non basterebbero forse cento documentari per “inquadrare” la camorra, dalle sue origini ottocentesche ai giorni nostri. Quello che si può fare è provare a soffermarsi su un periodo – quello cruciale forse – dagli anni ’60 alla fine degli ’80, per tentare di rendere leggibile un fenomeno così ramificato e al tempo stesso mutevole.

È quello che fa Francesco Patierno, che dopo mesi di ricerche tra gli archivi di Rai Teche e con l’apporto delle fotografie dell’Archivio Riccardo Carbone realizza Camorra: dal contrabbando delle sigarette dei primi anni ’60, periodo in cui la mafia siciliana gestiva il grosso dei traffici, all’arrivo del boss Raffaele Cutolo, l’ideatore della NCO (la Nuova Camorra Organizzata), Patierno riesce a comporre un affresco storico e socio-antropologico di un intero territorio e del male, ormai atavico, che lo affligge.

Ma non è semplicemente un documentario di montaggio, Camorra: i filmati d’epoca, molti dei quali inediti e sorprendenti, si sovrappongono infatti alla voce narrante e alle musiche originali di Meg, creando un flusso inquietante e ipnotico, capace di mescolare interviste dei primi anni ’70 con scugnizzi di nemmeno 10 anni che raccontano delle loro prime rapine al fascino sinistro di un uomo, Cutolo, che da dietro le sbarre pontifica con il piglio del mecenate.

Francesco Patierno

L’obiettivo dichiarato di Patierno (dopo i già notevoli La guerra dei vulcani e Naples ’44) è proprio questo, trattare cioè la materia a disposizione non tanto attraverso le logiche del documentario storico o del reportage, ma con il ritmo e lo stile propri del cinema: le immagini d’archivio prendono il posto della finzione, l’effetto è straniante e dirompente.

E il risultato è quello di provare a tracciare una sorta di sentiero cronologico che attraversa le varie fasi della malavita, percorso che non può comunque prescindere dalla perfetta sintesi che – attraverso la voce di Meg – racchiude il senso di un fenomeno così nettamente frastagliato:

“Napoli non è una città ribelle. Napoli è assuefazione delle classi popolari e plebee rispetto alle loro miserabili condizioni di vita. Napoli è assuefazione che consente alla città il mantenimento di uno stato di equilibrio rispetto agli equilibri profondissimi presenti tra le classi sociali”.

E ancora: “A Napoli non c’è stata nessuna rivoluzione sociale-popolare: le classi pericolose non si sono rivoltate contro il potere costituito. La ribellione sociale è stata contenuta e rivolta all’interno, è implosa in comportamenti, atteggiamenti e organizzazioni che hanno disciplinato il disordine impedendone la deflagrazione contro le classi dominanti”.

Evolvendosi nel corso degli anni, dal contrabbando alla droga, dal tentativo (poi fallito) di Cutolo di organizzarne la struttura sulla falsariga della mafia siciliana, con una gerarchia verticistica e un vero e proprio apparato ideologico e militare (il tutto dalle varie carceri in cui il boss è detenuto ormai dal 1963), fino al definitivo salto politico (la collaborazione con i servizi segreti per liberare l’assessore democristiano Ciro Cirillo dalla prigionia delle BR) e imprenditoriale (con l’accaparrarsi di tutti gli appalti, o quasi, destinati alla ricostruzione dopo il tremendo e devastante terremoto in Irpinia), la camorra ha saputo diversificarsi pur rimanendo sempre se stessa.

Raffaele Cutolo

E provarne a comprenderne le logiche – ci dice il lavoro di Patierno – potrebbe servire a gettare le basi per sperare in un cambiamento.

Camorra sarà trasmesso da Rai3 martedì 4 settembre, in seconda serata.

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