Regista teatrale e drammaturga britannica, Nadia Fall esordisce dietro la macchina da presa con Brides, film che ha avuto la sua premiere mondiale al Sundance dello scorso anno. Arriva ora in Italia, dal 5 marzo con la Rosamont di Marika Stocchi e Giuseppe Battiston, società che coproduce il film insieme alla Neon Films, in associazione con IE IE Productions e in collaborazione con Rai Cinema, in curiosa concomitanza con “l’altro” The Bride! (La Sposa!) di Maggie Gyllenhaal.

La coincidenza, naturalmente, è solo nel titolo, perché Nadia Fall si concentra su due ragazze adolescenti che, nel 2014, decidono di scappare dal Regno Unito per recarsi in Siria: Doe (Ebada Hassan) e Muna (Safiyya Ingar), la prima di origini somale, la seconda pakistana, scappano dalle loro famiglie e da una società che le discrimina e bullizza.

L’obiettivo è raggiungere la Siria per iniziare quella che, secondo quanto apprendono dai social network, sarà una nuova vita, migliore. Ma quando arrivano a Istanbul, dove un intermediario dovrebbe accompagnarle al confine, si ritrovano sole. Impreparate e spaventate, dovranno chiedersi se la strada intrapresa è quella giusta.

Nadia Fall affronta uno dei tabù più lancinanti dell'Occidente multiculturale: la radicalizzazione delle giovanissime musulmane di seconda o terza generazione, attratte dal richiamo del Califfato come forma estrema, e tragica, di autodeterminazione. Non è un’opera sul terrorismo in senso stretto. È, piuttosto, un'indagine fisiognomica su uno scollamento sociale che avviene nel cuore pulsante e livido della Gran Bretagna (e, per estensione, nell’Europa) contemporanea.

Il pregio maggiore di Brides – Giovani spose risiede nella capacità di restituire le incognite di un presente (e immediato futuro) senza paracadute, alternandolo con i vari flashback che ci mostrano la claustrofobia del quotidiano vissuto in precedenza dalle due ragazze. La regista non dipinge la radicalizzazione come un’improvvisa epifania religiosa, ma come il lento sedimento di un’esclusione.

Brides - Giovani spose - (Vue Lumière)
Brides - Giovani spose - (Vue Lumière)

Brides - Giovani spose - (Vue Lumière)

Doe e Muna abitano una Gran Bretagna che le guarda con sospetto, un Paese che sotto la vernice dell’inclusività nasconde barriere invisibili di classe e di fede. L’ostracismo di cui sono vittime – ora manifesto negli insulti scritti sui muri, ora sottile nelle dinamiche scolastiche (per poi esplodere platealmente) – scava un vuoto che la propaganda online riempie con una promessa di "sorellanza" e purezza d'intenti. E le due protagoniste sono colte in quel limbo cronologico in cui lo schermo dello smartphone diventa una finestra spalancata su un altrove mitizzato.

Lo spunto nasce da un reale fatto di cronaca, il caso di giovani donne dell’East London che di punto in bianco lasciarono la scuola per intraprendere un viaggio attraverso l’Europa fino alla Siria per unirsi all’ISIS: “Non è stato fatto alcun tentativo per capirle, la stampa britannica le dipingeva come dei veri e propri mostri”, spiega la regista, che per la cifra adottata nel film, aggiunge: “Mi affascinano quegli anni dell'adolescenza inebrianti ed elettrizzanti, in cui l'amore e la perdita sono sentiti così profondamente e il nostro cervello è letteralmente programmato per prendere decisioni impulsive e pericolose, senza curarsi delle conseguenze. È un miracolo che qualcuno di noi sopravviva alla propria giovinezza!”.

La regista Nadia Fall
La regista Nadia Fall

La regista Nadia Fall

Esteticamente, il film alterna il realismo pedissequo delle periferie londinesi a brevi sequenze più oniriche, quasi a voler intercettare quel “miraggio” che spinge le ragazze verso la frontiera siriana. Nella prima parte il montaggio serrato restituisce la velocità con cui i pixel di un video di propaganda si trasformano in un'ideologia totalizzante. Qui, il lavoro sulle attrici (giovanissime e straordinariamente in parte) permette di cogliere le sfumature di una fragilità che cerca riscatto in una forma di ribellione reazionaria.

Nella seconda metà, quando il viaggio verso il confine si fa concreto, la narrazione tende a scivolare verso alcune semplificazioni drammaturgiche: nonostante questo, Brides resta un’opera a suo modo necessaria, con il merito di non giudicare le sue protagoniste, ma di guardarle con una pietas laica che non cerca giustificazioni, bensì comprensione.

La Fall ci dice che queste spose non sono mostri o alieni, ma il prodotto di un cortocircuito identitario tutto europeo. Sono figlie di un vuoto di senso che la politica e la società civile non riescono più a colmare, lasciando che il desiderio di appartenenza si trasformi in un abbraccio mortale. Un film che ci interroga sulla qualità della nostra democrazia e sulla capacità di ascoltare il disagio prima che diventi fanatismo. Non sarà un capolavoro, ma è un tassello importante per decifrare l'inquietudine di un presente che sembra aver smarrito la bussola del dialogo.