Born in Jerusalem and Still Alive

A Gerusalemme, tour sui luoghi degli attentati. Tra Woody Allen e Nanni Moretti, una commedia che usa l’autoironia per elaborare un trauma profondo. In concorso a Tertio Millennio

12 Dicembre 2019
3,5/5
Born in Jerusalem and Still Alive

Premiato per il miglior esordio israeliano al Jerusalem Film Festival, Born in Jerusalem and Still Alive sviluppa l’omonimo cortometraggio di Yossi Atia del 2015. Ancora impegnato come attore e autore, per il suo debutto alla regia si è fatto affiancare dal più esperto David Ofek.

Il protagonista è Ronen, un giovane che ha dovuto subito fare i conti con i pericoli della città natia. Siamo, infatti, a Gerusalemme, teatro dell’infinito conflitto tra israeliani e palestinesi, dove gli attacchi terroristici sono all’ordine del giorno. Per esorcizzare un trauma che è soprattutto collettivo, ha deciso di accompagnare i turisti in tour gratuiti e didattici sui luoghi degli attentati.

Attraverso un programma fatto di tabelle informative e pillole di storia contemporanea, spiega agli stranieri come si può sopravvivere nell’incertezza e nella paura di essere coinvolti in un evento tragico benché non inatteso. Cerca di evocare quelle violenze che hanno visto solo in televisione, sentendosene coinvolti forse solo in superficie.

E mette in evidenza una verità comprensibile solo a chi vive in quella città, tra i segni dei proiettili che sfigurano i muri e una bomba pronta a esplodere da un momento all’altro. Un attacco terroristico su un autobus, spiega Ronen, fa parte della routine, perché non ti impedisce di prendere una birra al bar o andare a un appuntamento. Un bombardamento in un bar, invece, è un’eccezione, perché puoi ancora bere una birra ma non puoi andare a un appuntamento «perché non è romantico».

In apparenza, un’eccentrica commedia che sembra assecondare con intelligenza il cinico umorismo di uno spunto fuori dall’ordinario, capace di restituire la convivenza quotidiana con la morte negli anni dell’Intifada.

Nel solco di Nanni Moretti che concilia personale e collettivo, il film usa l’autoironia per stemperare l’angoscia, guardando allo spirito di Woody Allen. Riesce, così, ad affrontare in maniera sorprendente il tabù di un trauma profondo.

E, a poco a poco, rivela una lucida dimensione morale e civile. Attenzione al passaggio su come telefonare ai propri cari dopo un attentato: non è solo un piccolo vademecum ma anche un’emozionante testimonianza.

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