Berlin Alexanderplatz

Versione attualizzata del romanzo di Döblin già adattato da Fassbinder. Troppo lungo e non completamente in linea con la missione sovversiva del regista. In concorso a Berlino 2020

27 Febbraio 2020
2,5/5
Berlin Alexanderplatz
© Frédéric Batier/2019 Sommerhaus/eOne Germany

Berlin Alexanderplatz, il secondo contributo tedesco al concorso della 70esima Berlinale, ha celebrato la sua prima mondiale dopo Undine di Christian Petzold che, seppure applaudito, è restato al di sotto delle aspettative della critica.

La pressione sul terzo lungometraggio del regista Burhan Qurbani, classe 1980, non poteva essere maggiore con i pochi film rimasti in programma. Forse sarebbe stato più saggio se i nuovi direttori Mariette Rissenbeek e Carlo Chatrian avessero mostrato questo prestigioso film su Berlino all’inizio del loro primo festival come un manifesto. Ma l’adattamento di Qurbani con tre ore di durata era forse troppo lungo e probabilmente troppo controverso per essere un film di risonanza immediata.

© Stephanie Kulbach/2019 Sommerhaus/eOne Germany

Eppure questo Alexanderplatz non è solo (troppo) lungo, ma anche importante. Comincia con immagini forti, livide, che hanno sicuramente conquistato il fan dell’Arthouse Chatrian. Due persone lottano per non annegare in un lago rosso sangue. Le immagini sono sottosopra, le note elettroniche bucano il timpano, e sono perfette, quindi si aprono i canti sacri della canzone Piel del musicista venezuelano Arca.

Piel significa pelle, e proprio la pelle, come salvarla e rimanere integri contro resistenze e tentazioni, come renderla dura abbastanza da difendere cuore e anima, è il fulcro di questa versione dolorosamente attuale di Berlin Alexanderplatz.

Alla fine di questa impressionante sequenza di apertura, Francis (Welket Bungué), nato in Guinea-Bissau, si imbatte in una spiaggia europea da solo. La sua amante Ida l’ha perso nel mare. Mezzo vivo, mezzo morto entra nella sua nuova vita, spiega una voce femminile fuori campo, che appartiene a Mieze (Jella Haase), che ha un ruolo da protagonista solo più avanti nel film, ma già ora annuncia che il giovane rifugiato Francis fallirà tre volte nel voler essere ‘solo’ una persona buona.

Il giuramento a Dio lo fa lui stesso per la possibilità ricevuta di una nuova nascita. Questo Francis è il moderno Franz Biberkopf del famoso romanzo di Alfred Döblin del 1929 ambientato in una Berlino che si stava gradualmente trasformando nell’epicentro della fine del mondo. Qurbani, tedesco di origini afgane, vede parallelismi tra questo Franz e gli spacciatori africani che osservava nei grandi parchi del suo quartiere a Kreuzberg.

“Era tanto che volevo raccontare qualcosa su questi ragazzi”, ha dichiarato il regista. “Nel mio quartiere ci sono questi parchi frequentati da giovani famiglie di alta e dove i loro bambini hanno subito un’immagine molto specifica della comunità in questo parco: uomo di colore uguale dealer. Purtroppo è difficilissimo fare un film sulle comunità in Germania. In genere sono storie che vengono fatte a pezzi e che nessuno vedrà”. Difficile che questo accada al suo Berlin Alexanderplatz già venduto in una miriade di paesi.

Così Qurbani, che in Shahada (2010) ha affrontato le realtà della vita dei giovani musulmani e in We Are Young, We Are Strong (2014) ha trattato i pogrom razzisti nella città tedesca di Rostock, ha preso il classico di Döblin come lente borghese per analizzare un milieu di emarginazione.

Di certo non si può accusarlo di mancanza di coraggio. Non solo il romanzo di Döblin è un’opera che dilania con la sua forza letteraria, ma anche l’adattamento cinematografico e televisivo Berlin Alexanderplatz di Rainer Werner Fassbinder (coprodotto dalla Rai!) del 1980 è passato alla storia per la straordinaria densità dei suoi tableau grotteschi e terribili messi in scena come puro teatro.

Qurbani poteva facilmente scivolare sugli stereotipi del dramma sociale sui migranti o cristallizzarsi in un noioso pamphlet anticapitalista. Il suo film invece è grande, e sopporta ampiamente tutta la pressione di Döblin e Fassbinder, scegliendo il proprio linguaggio visivo in una narrazione strutturata come una sinfonia in cinque atti.

© Wolfgang Ennenbach/2019 Sommerhaus/eOne Germany

Francis, che perde il suo lavoro regolare ma, ovviamente, illegale in un cantiere della metropolitana di fronte al Municipio Rosso di Berlino per aver chiamato un’ambulanza, inizialmente resiste a un’offerta di spaccio di droga nel parco di Hasenheide. Ma poi subisce l’influenza di Reinhold, il suo amico nevrotico e dipendente dal sesso che lo accoglie.

Quando Francis finalmente incontra la prostituta Kitty c’è speranza per l’amore e una vita normale, ma il suo passato non lo molla. I milieu della droga e a luci rosse sono un riflesso antiborghese di una realtà impenetrabile.

È un pregio che Qurbani abbia deciso di raccontare la sua Berlin Alexanderplatz non come dramma sociale naturalistico, ma come parabola sottratta alla realtà. Il giovane attore protagonista Welket Bungué non riesce però a diventare il centro emotivo del film. Non contagia con i tormenti interiori del Franz Biberkopf di Fassbinder. Albrecht Schuch con i suoi precisi manierismi, il carisma e la malvgità riempie lo schermo per tutti.

Berlin Alexanderplatz poteva non durare tre ore. Mentre Fassbinder nel 1980 dimostrava, con il piccolo schermo, che il mezzo non determina il linguaggio, Qurbani riesce nell’esatto opposto, comprimendo una storia che dovrebbe avrebbe meritato lo spazio del grande schermo. Il format di Netflix e delle piattaforme in generale qui purtroppo gioca un ruolo.

Questo non significa che questa Alexanderplatz abbia fallito. Purtroppo non riesce completamente ad adempiere alla missione sovversiva di Qurbani se il cuore del film è vuoto e ordinato la Alexanderplatz al mattino. O Potsdamer Platz durante questa Berlinale.

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