Belluscone, una storia siciliana

Maresco squarcia gli Orizzonti di Venezia71. Riflessione amara e irresistibile sul fallimento umano, politico e artistico del nostro paese

31 Agosto 2014
4/5
Belluscone, una storia siciliana
Marcello Dell'Utri in Belluscone

C’è un fantasma che si aggira alla Mostra di Venezia. E’ quello di Franco Maresco, che oggi avrebbe dovuto accompagnare il suo secondo film da regista “in solitaria” (dopo la separazione con Daniele Ciprì e dopo lo sfortunato Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz, mai distribuito), Belluscone, una storia siciliana, e invece ha preferito – ancora una volta – evitare la luce dei riflettori. Decisione (non nuova, si pensi al precedente di dieci anni fa, quando disertò la Mostra che ospitava Come inguaiammo il cinema italiano) che questa volta crea una sorta di “continuità” con l’oggetto stesso del film, incentrato di fatto sulla storia di tre fallimenti: quello politico ed umano di un Berlusconi ormai avviatosi sul viale del tramonto, quello dello sfortunato e “facilone” Ciccio Mira radicato in una vecchia cultura dura a morire e, infine, quello artistico di Franco Maresco, che sceglie di eclissarsi, dopo aver capito l’inutilità dell’ennesima battaglia contro i mulini a vento della politica, in un’Italia che nella “cultura” berlusconiana si è a lungo riconosciuta e probabilmente continua a riconoscersi: “Non amo la mia contemporaneità, pur essendo consapevole di interpretarla bene, cioè di comprenderla”, come ha detto lo stesso regista siciliano nella recente e interessante intervista pubblicata da rapportoconfidenziale.org.

Ma andiamo con ordine, e proviamo a “riassemblare” l’oggetto della visione: lo storico e critico cinematografico Tatti Sanguineti arriva a Palermo per ricostruire le vicissitudini del film mai finito di Franco Maresco, Belluscone, una storia siciliana. Il film che avrebbe voluto raccontare il rapporto unico tra Berlusconi e la Sicilia, attraverso le disavventure dell’impresario palermitano di cantanti neomelodici, organizzatore di feste di piazza, Ciccio Mira – imperterrito sostenitore di Berlusconi e nostalgico della “mafia di un tempo” – e dei due artisti della sua “scuderia”, Erik e Vittorio Ricciardi, che in cerca di successo decidono di esibirsi insieme nelle piazze palermitane con la canzone scritta dal primo, intitolata “Vorrei conoscere Berlusconi”.

“Il film che avrebbe voluto…”.

E’ un’operazione di una complessità ben maggiore rispetto all’argomento “dichiarato”, il nuovo lavoro dell’ex Cinico Tv: sì, perché attraverso la sovrapposizione di figure (Sanguineti, Ciccio Mira, i cantanti neomelodici, giornalisti locali, Dell’Utri, pentiti di mafia come Mutolo) e contesti (le esibizioni al quartiere Brancaccio di Palermo, le trasmissioni televisive di Tsb, materiale d’archivio e materiali inediti custoditi in un negozio specializzato in video di matrimoni…), prende vita una creatura multiforme, che sprigiona echi wellesiani e donchisciotteschi. Un esplosivo mix in cui finiscono per coabitare gli spettri di trattative tra poteri forti e i “mostri” che Maresco non ha mai smesso di inseguire, filmare, amare come oggetto di ricerca quasi antropologica, viscerale, specchio dei tempi e simulacro di mondi, realtà, che – dall’alto della nostra supponenza – continuiamo ad ignorare. Mostri, freaks – come spiega Sanguineti verso la fine del cammino – senza i quali Maresco finirebbe per sentirsi tremendamente più solo e, forse proprio per questo, “il film non lo finirai mai”.

Una presa di coscienza liberatoria e al tempo stesso dolorosa, per uno degli artisti “più sfortunati della storia del cinema” (sempre citando Sanguineti), che riesce dopo ore di silenzi e divagazioni a strappare qualche “confessione” al senatore Dell’Utri, simbolicamente adagiato su un trono… “Se un giorno Berlusconi decidesse di svelare i suoi segreti, che cosa pensa possa venire fuori?”, chiede ad un certo punto Maresco al suo interlocutore: “Un sacco di cose, per esempio anche qualche mistero sulla morte di Mattei”. Poi succede qualcosa, un intoppo tra microfono e registratore, forse un errore umano. Fatto sta che quello che aggiunge Dell’Utri è perso per sempre. Anche il film di Maresco? Forse. O forse no. Perché ricomincia a costruirsi sul suo stesso fallimento, alimentandosi come un Blob, alternando l’inchiesta su quali fossero le connessioni tra il “Principe di Villagrazia” Bontate e Berlusconi alla ricerca “sul territorio”, provando a rintracciare nei luoghi, nel tessuto sociale, il perché di dinamiche apparentemente incomprensibili, come quelle che collegano alcuni cantanti neomelodici alla mafia o a inneggiare per Berlusconi. Sempre attraverso lo strumento caro al metro di Cinico Tv, quelle “interviste impossibili” in cui parole storpiate, silenzi e smorfie dicono più di mille parole. Come riesce a fare il film-fantasma di Maresco, oggetto non identificabile, non catalogabile, non-finito. Che squarcia Venezia71 e i suoi Orizzonti.

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